Il consolo, non abborrendo dal proposito di ridurre in servitù una nazione che con una piena di tanto amore si versava verso di lui, pensò esser arrivato il tempo di dar compimento a' suoi disegni. Perciò, allettati gli amatori del nome reale con la patria, i soldati coi donativi, i preti col concordato, i magistrati con gli onori, il popolo coi comodi, si accinse ad appropriarsi la parola di quello di cui già aveva la sostanza, accoppiando in tal modo il supremo nome alla suprema potenza. Restava che i repubblicani assicurasse: il fece con l'uccisione del duca d'Enghien. Diè le prime mosse il tribunato: il senato non s'indugiò a seguitare, parte per paura, parte per ambizione: il dì 18 maggio chiamava Napoleone Buonaparte imperator dei Franzesi.
Questo atto, ancorchè inaspettato non fosse, empiè di maraviglia il mondo. I reali si accorsero che Buonaparte non era uomo, come aspettavano, che volesse fare il Monk; i repubblicani videro che non era uomo da voler fare, come si promettevano, il Cincinnato. Poi i reali dimenticarono tosto la realtà, i repubblicani la repubblica, e gli uni e gli altri trassero cupidamente agl'imperiali allettamenti. Pochi dall'una parte e dall'altra si ristarono. Delle potenze d'Europa, l'Inghilterra, che non s'era mai ingannata sulle qualità di Buonaparte, contrastava, ma invano; contrastava anche invano il lontano ed ingannatosi Alessandro; la Turchia, per timore della Russia, si peritava; l'Austria taceva; la Prussia, che tuttavia continuava ad ingannarsi, non solamente aveva consentito, ma ancora esortato. Questo era stato uno dei principali fondamenti dell'ardimento di Napoleone. Luigi XVIII, re di Francia, che fino a questo tempo, forse per qualche speranza, aveva più temperatamente che degli altri governi franzesi parlato e scritto di Buonaparte, a questo estremo atto di assunzione di potenza, per cui ogni aspettazione di buon fine era tolta, grandemente risentendosi, con gravissime parole contro l'usurpazione fin dall'ultimo settentrione, dove esule da' suoi regni se ne stava, protestò. Il Piemonte si confortava della perduta independenza per l'unione con chi comandava; Genova ingannata sperava almeno di conservare l'antico nome; la repubblica italiana, giacchè era perduta la libertà, si prometteva almeno la potenza; la Toscana, che meglio di tutti giudicava delle faccende presenti, non sapeva nè che sperasse nè che temesse; bene si doleva che i leopoldiani tempi fossero perduti per sempre; Napoli, già servo il regno di qua dal Faro, stava in dubbio se almeno potesse conservar libero quello oltre il Faro. Il papa era spaventato dalla grandezza di Napoleone; ma egli il confortava con le promesse, con le adulazioni, ed ancor più con le richieste; imperciocchè, vedendo che, poichè alle antiche consuetudini se ne tornava, non aveva titolo legittimo, nè volendo ammettere la dottrina della sovranità del popolo perchè l'ammetterla era un confessare che chi faceva poteva disfare, ed ei non voleva essere disfatto, il pontefice con grandissime istanze, non purgate da qualche minaccia, richiedeva che a Parigi se ne venisse per consecrarlo imperatore. Parevagli che la consecrazione del papa gli desse nella opinione degli uomini quello che per altre parti gli mancava. Era certamente un gran fatto che il capo supremo della Chiesa, in età già grave, in istagione sinistra, a lontana e straniera terra se ne andasse per legittimare con la santità del suo ministerio quello che tutti i principi d'Europa chiamavano o apertamente o occultamente una usurpazione. Per indurre il papa a questa deliberazione, Napoleone gli prometteva, che se già molto aveva fatto a benefizio della religione e della santa Sede in Francia, molto più era per fare, ove il papa consentisse alla consecrazione. Si trovava il pontefice da queste domande molto angustiato, perchè dall'una parte desiderava di satisfare a Napoleone, sperando di farne nascere tratti profittevoli alla religione; dall'altra il confermare con la efficacia del suo ufficio gli effetti della prepotenza militare, gli pareva duro e disonorevole consiglio.
Tutte le cose però molto bene e maturamente considerate, e co' suoi cardinali parecchie volte ponderate, implorato anche l'aiuto divino, siccome quegli che pienamente da lui ripeteva ogni evento o prospero od avverso, si deliberava a voler fare quello che da tanti secoli non si era veduto che alcuno fatto avesse. Per la qual cosa, risolutosi del tutto a voler posporre al benefizio della religione ogni altro umano riguardo, convocati i cardinali il dì 29 ottobre, con queste gravi ed affettuose parole loro favellava:
«Da questo medesimo seggio, venerabili fratelli, noi già vi annunziammo, siccome il concordato con Napoleone imperadore dei Franzesi, allora primo console, era stato da noi concluso: da questo stesso vi partecipammo la contentezza, che aveva ripieno il nostro cuore nel veder volte novellamente, per opera del concordato medesimo, alla cattolica Religione quelle vaste e popolose regioni. D'allora in poi i profanati tempi furono aperti e purificati, gli altari riedificati, la salvatrice croce innalzata, l'adorazione del vero Dio restituita, i misteri augusti della religione liberamente e pubblicamente celebrati, legittimi pastori a pascere il famelico gregge conceduti: numerose anime dai sentieri dell'errore al grembo della felice eternità richiamate, e con sè stesse e col vero Dio riconciliate: risorse felicemente, da quella oscurità in cui era stata immersa, alla piena luce del giorno in mezzo ad una rinomata nazione la cattolica religione.
A tanti benefizii esultammo, e le esultazioni nostre a Dio nostro Signore dall'intimo del nostro cuore porgemmo. Questa grande e maravigliosa opera non solamente ci riempiva di gratitudine verso quel potente principe che usò tutto il potere e l'autorità sua per fare il concordato, ma ancora ci spingeva, per la dolce ricordanza, ad usare ogni occasione che si aprisse per dimostrargli tale essere verso di lui lo animo nostro. Ora questo medesimo potente principe, il nostro carissimo figliuolo in Cristo Napoleone imperadore dei Franzesi, che con le opere sue sì bene ha meritato della cattolica religione, viene a noi significandoci, ardentemente desiderare di essere coi santi olii unto, e dalle mani nostre l'imperiale corona ricevere, acciocchè i sacri diritti, che sono in così alto grado per collocarlo, siano col carattere della religione impressi, e più potentemente sopra di lui le celesti benedizioni appellino. Richiesta di tal sorte non solo chiaramente la Religione sua e la sua filiale riverenza verso la Santa Sede dimostrata, ma siccome quella che accompagnata è da espresse dimostrazioni e promosse, dà speranza che sia la fede sacra promossa, e che siano le dolorose ingiurie riparate, opera che già ha egli con tanta fatica e con tanto zelo in quelle fiorite ragioni procurato.
Voi vedete pertanto, venerabili fratelli, quanto giuste e gravi siano le cagioni che ad intraprendere questo viaggio c'invitano. Muovonci gl'interessi della nostra santa religione, e muoveci la gratitudine verso il potente imperadore, muoveci l'amore verso colui che, con tutta la forza sua adoperandosi, ebbe in Francia alla cattolica religione libero e pubblico esercizio procurato, muoveci il desiderio che d'avanzarla viemmaggiormente in prosperità ed in dignità ci dimostra. Speriamo altresì, che quando al cospetto suo giunti saremo, e con lui volto a volto favelleremo, tali cose da esso a benefizio della cattolica Chiesa, sola posseditrice dell'arca di salvazione, impetreremo, che giustamente con noi medesimi dello avere a perfezione condotto l'opera della nostra santissima religione congratularci potremo. Non dalle nostre deboli parole tale speranza concepiamo, ma dalla grazia di colui di cui, quantunque immeritatamente, siamo il Vicario sopra la terra, dalla grazia di colui che per la forza dei sacri riti invocato essendo, nei bene disposti cuori dei principi discende, specialmente quando padri dei popoli si mostrano, specialmente quando alla eterna salute intendono, specialmente quando di vivere e di morire veri e buoni figliuoli della cattolica Chiesa deliberano. Per tutte queste cagioni, venerabili fratelli, e l'esempio seguitando di alcuni nostri predecessori, che, la propria sede lasciando, in estere regioni per promuovere la religione e per gratificare ai principi che della Chiesa bene meritato avevano, peregrinarono, ci siamo ad intraprendere il presente viaggio deliberati, avvengadiochè da tale risoluzione avessero dovuto allontanarci la stagione sinistra, l'età nostra grave, la salute inferma. Ma non fia che a tali impedimenti ci sgomentiamo, solo che voglia Iddio farci dei nostri desiderii grazia. Nè fu il negozio, prima che si risolvessimo, da ogni parte ed attentamente non considerato. Stemmo dubbii ed incerti un tempo; ma con tali assicurazioni si fece incontro ai desiderii nostri lo imperadore, che ci rendemmo certi, essere il nostro viaggio a pro della religione per riuscire. Voi ciò sapete che su di ciò a voi chiesi consiglio; ma per non preterire quello che ogni altra cosa avanza, sapendo benissimo che, conforme al detto della divina Sapienza, le risoluzioni dei mortali, anche di quelli che per dottrina e per pietà più riputati sono, di quelli altresì, il cui parlare quale incenso alla presenza di Dio sen sale, sono deboli e timide ed incerte, le nostre fervorose preghiere al Padre di ogni sapere indirizzammo, instantemente richiedendolo che ci sia fatto abilità di solo fare quello che a lui piacer possa, solo quello che a prosperità ed incremento della sua Chiesa tornare prometta. Ecci Dio, il quale coll'umile nostro cuore tante volte supplicammo, al quale nel suo sacro tempio le supplici nostre mani alzammo, dal quale e benigna udienza ed aiuto propizio in tant'uopo implorammo, testimonio che niun'altra cosa vogliamo, o niun'altra intendiamo, che alla gloria ed agli interessi della cattolica religione, alla salute delle anime, all'adempimento dell'apostolico mandato a noi, quantunque immeritevoli, commesso. Di questa medesima sincerità nostra voi stessi, venerabili fratelli, a cui tutto apersi, siete testimonii. Adunque quando un negozio sì grande con l'aiuto della divina assistenza vicino è a compirsi, qual vicario di Dio, Salvator nostro, operando, questo viaggio, al quale tante e sì ponderose cagioni ci confortano, imprenderemo.
Benedirà, speriamo, il Dio d'ogni grazia i nostri passi, ed in questa epoca nuova della religione con uno splendore di accresciuta gloria si manifesterà! Ad esempio di Pio VI di riverita memoria, quando a Vienna d'Austria si condusse, abbiamo, venerabili fratelli, provveduto che le curie e le audienze siano e restino, secondo il solito, aperte; e siccome la necessità del morire è certa, il giorno incerto, così abbiamo ordinato, che se durante il viaggio nostro a Dio piacesse di ritorci a lui, si tengano i pontificii comizii. Infine da voi richiediamo, voi instantemente preghiamo che vi piaccia per noi sempre quell'affezione medesima conservare che finora ci mostraste, e che, noi assenti, l'anima nostra all'onnipotente Iddio, a Gesù Cristo nostro Signore, alla gloriosissima sua Vergine madre, al beato apostolo Pietro, acciò questo viaggio e felice sia nel corso e prospero nel fine, raccomandiate. La quale cosa, se come speriamo, dal fonte di bene impetreremo, voi, venerandi fratelli, che di ogni consiglio nostro e di ogni nostra cura foste sempre partecipi fatti, della comune contentezza ancora voi parteciperete e tutti insieme nella mercè del Signore esulteremo e ci rallegreremo.»
Giunto il pontefice sulle franzesi terre, fu per ordine dell'imperatore, ed ancor più per la pietà dei fedeli, in ogni luogo con riverenza veduto. A Parigi, anche quelli che non credevano nè al papa nè alla religione si precitavano a gara alla sua presenza, per esprimergli con parole sentimenti di rispetto. Incoronava Napoleone il dì 2 dicembre. Napoleone consecrato diè nel campo di Marte solennemente le imperiali aquile a' suoi soldati: le antiche insegne della repubblica, che avevano veduto le renane, italiche, egiziache vittorie, lasciate nel fango.
Andarono i magistrati ed i capi dell'esercito a rendere omaggio all'incoronato loro signore. Cervoni, antico compagno, vedendolo non più così scarso del corpo come era una volta, con esso lui della prospera salute si rallegrava. Si, rispose il sire, ora sto bene.
Mentre pel concordato con Francia aveva il pontefice dato sesto alle faccende religiose di quel regno, un altro pensiero mandava ad effetto, dal quale confidava che dovesse risultare molto benefizio alla Sedia apostolica; e siccome per l'accordo fatto con Napoleone aveva posto freno alla setta filosofica, così con un'altra deliberazione voleva medicare dalle radici il male che vedeva provenire dalla setta che l'impugnava, pretendendo le massime e gli usi della Chiesa primitiva.