Erasi sparsa voce: spenti i gesuiti, per questo appunto esser nate le rivoluzioni, per questo la rovina de' reali seggi, per questo imperversare una libertà scapestrata, per questo l'anarchia dissolvere ogni buon ordine, perchè era stata soppressa la società loro; per questo la filosofica e la giansenistica piena avere tutto allagato: a sì potenti e sì ostinati nemici, i re soli senza il papa, nè il papa solo senza i re, nemmeno i re ed il papa insieme congiunti non poter resistere, se non s'accosta l'opera aiutatrice e tanto efficace dei gesuiti: sedurre la filosofia gli animi ardenti ed allegri con torre il freno alle passioni, sedurre il giansenismo gli animi ardenti e rigidi con un'apparenza di santimonia e di austerità: non essere padroni i re dell'ammaestrare i giovani a seconda dei pensieri loro; non esser padrone il papa di piegar uomini male ammaestrati: necessario esser l'aiuto di coloro che radici buone sanno porre negli spiriti, e di quanto gli spiriti concepiscono e di quanto le mani fanno, possono essere e sono diligentemente informati: cospirare il volgo contro i potenti, doversi accordare i potenti per resistere al volgo; nè un modo qualunque al grand'uopo poter bastare; richiedersi il più alto, il più stretto, il più generale: soli a questo fine valere i gesuiti; doversi loro chiamare ad instaurazione della società sciolta, a salute dei principi pericolanti, a rannodamento dell'Europa disordinata: o gesuiti o rivoluzioni, nè altro modo di salvamento trovarsi che in loro.

A tali vociferazioni, che in quest'anno diffondevansi ogni giorno più, supplicava il re Ferdinando di Napoli il papa, acciocchè, per ammaestrare la gioventù del suo reame nelle rette e salutevoli dottrine, come diceva, vi riinstaurasse, siccome già in Russia aveva fatto, la compagnia di Gesù. Il pontefice facilmente gliene consentiva: un Gabriello Gruber la ordinava. Così fu principiata la risurrezione dei gesuiti; e fu osservato che fu principiata da un re, attivo cooperatore della soppressione, e da un papa uscito dai benedettini, avversi ai gesuiti.

Le toscane cose, che nell'anno precedente lasciammo non poco sinistre, vieppiù turbava un insolito e doloroso accidente: conciossiachè sorse in sul finire dell'autunno del presente anno nella egregia città di Livorno una pestifera infermità, alla quale diede occasione, siccome pare, la state che trascorse in quest'anno, sotto il dominio continuo di venti austriali, oltre solito calda e piovosa. La quale infermità, da alcuni chiamata febbre gialla, da altri vomito nero, nomi l'uno e l'altro che a lei molto bene si confanno pei segni strani che l'accompagnano, incominciò ad infierire nelle parti più basse, più fitte e più sucide della città per modo che a questi toglieva la vita in sette giorni, a chi in cinque, a chi in tre, ed a chi ancora nel breve giro di un giorno. Dire quali e quanti fossero gli effetti che in chi ella s'appiccava ingenerasse, fora materia assai lunga e difficile, perchè chi assaliva ad un modo e chi ad un altro, ed era molto proteiforme. Pure sormontavano sempre i due principali segni, che il corpo, massimamente il busto, e prima e dopo morte, giallo divenisse, e certo sozzume nero a guisa della posatura del caffè in copia lo stomaco recesse. Nè più facilmente nei cagionevoli che nei sani s'accendeva il mortale morbo, perciocchè si vedevano spesso giovani gagliardi passarsene dallo stato il più florido di salute fra brevissimo tempo in fine di morte. Nè uno era nei diversi tempi l'aspetto del morbo, tre particolarmente notandosene: in sul primo, poco aveva che dalle solite ardenti febbri il differenziasse; l'insulto primo accompagnava un ribrezzo di freddo, massimamente lungo il dorso ed alla regione dei lombi; doleva acerbamente il capo, ma più alle tempia ed alla fronte che altrove, dolevano in singolar modo le membra alle giunture; gli occhi accesi e come pieni di sangue, duri e presti i polsi; la pelle ardeva di calore intensissimo, nè godeva l'ammalato del benefizio del ventre o delle orine. Augurio funesto erano principalmente un molesto senso alla forcella dello stomaco ed una inclinazione al vomitare. Questo primo tempo concludeva una grande insidia, per modo che quando più pareva al malato, ai parenti ed agli amici vicina la guarnigione, più vicina era la morte. Tutto il mortifero apparato s'attutiva ad un tratto, e, cessata la lebbre, se un leggiero sudore ed una somma debolezza si eccettuavano, sano si mostrava il corpo, ed a perfetta salute inclinante. Ma ecco improvvisamente e dopo il breve spazio di poche ore, sorgere nuova e più fiera tempesta; che la molestia della bocca dello stomaco diveniva dolore acerbissimo, e dalla regione del ventricolo a quella del fegato si estendeva; nè il toccare queste parti, ancorchè leggerissimo fosse, era a modo alcuno sopportabile all'ammalato. Abboriva da ogni cibo e da ogni bevanda; gli occhi rossi, gialli si facevano: gialle ancora le orine, e giallo il corpo; la faccia ed il collo più di ogni altra parte il giallore vestivano. Lo stomaco impaziente vomitava ogni presa vivanda, benchè leggerissima fosse; ovvero pretta bile o bile mista a vermini buttava.

A questo si aggiungevano oppressione ai precordii, sospiri frequenti, purgamenti del corpo fetidissimi, liquidi e come color di cenere. Nè regola certa più restava ai medicanti per giudicar del male, perchè i polsi ad ogni momento variavano; ora tardi, ora celeri, ora piccoli, ora spiegati, ora urtanti, ora languidi, ora depressi, mostravano che se insorgeva qualche volta natura, invano ancora insorgeva, superando la prepotente forza del morbo. In mezzo a tanto tumulto, come se chi era per morire meglio dovesse vedere la sua morte, libera si conservava la mente ed intiera. Succedeva tantosto l'ultimo tempo più vicino a morte, in cui tremavano le membra, i reciticci divenivano non più di muchi o di bile, ma di materia nera, fetidissima, come di sangue putrefatto e marcio. Trasudava anche, e spesso in gran copia, dalle gengive e dalle fauci questo nero sangue; e così ancora dalle narici e dal fondamento dell'utero copiosamente usciva: ogni cosa si volgeva a putredine ed a mortificazione. Bruttavano la pelle o macchie nere a guisa di piccoli punti, o larghi lividori a guisa di pesche, massimamente in quei luoghi a cui si appoggiava il corpo. Facevano la bocca disforme ed orrida, le labbra turgidissime e nere; gli occhi lagrimosi e tristi ogni vivo lume perdevano; quindi il delirio od il letargo fra le convulsioni ed un mortale freddo di membra la vita troncavano. Chi moriva nel primo, chi nel secondo, chi nel terzo tempo. Ma quando prima la malattia invase, più morivano nel primo che nell'ultimo; più nell'ultimo che nel primo, ma non molti, quando già trascorsi essendo circa due mesi, o fosse per l'abitudine dei corpi, o fosse per la diminuzione delle cagioni, già era stata ammansita la ferocia del funesto influsso. Pessimi presagii erano la violenza della prima febbre, i dolori acutissimi delle membra, massime al petto, l'affanno sommo, la prostrazione delle forze, il vomito pertinace e nero, il comparire sulle prime il giallore; il chiudersi la via delle orine, il singhiozzo: ottimi, la moderata febbre, il vomito raro e mucoso senza putridume, il giallore tardo, la traspirazione libera, il corpo lubrico, ma di bile, non di sangue, e il non tremare e il non prostrarsi. Per le orine trovava per l'ordinario via la natura a discacciare il veleno mortifero; imperciocchè, quando copiose ed intensamente gialle fluivano, annunziavano l'esito felice. Ma non una era la maniera del guarire; conciossiachè si è veduto l'uscire improvvisamente e copiosamente sangue dalla bocca e dalle narici chiamare inaspettatamente a vita chi già pareva preda d'inevitabil morte. Furono viste femmine guarite dal correre improvviso di mestrui abbondanti; fu visto lo sconciarsi della concetta creatura ed il copioso versarsi del sangue, che ne conseguitava, redimere la sofferente madre dalla fine imminente. Crudo era il male e nimicissimo alla vita; funeste vestigia, anche già quando se n'era ito, nei corpi lasciava: lunghe, tristi, penose si vedevano le convalescenze; chi restava stupido lungo spazio, chi tremava, chi, spaventato da funeste fantasime, passava malinconici i giorni, spaventose le notti, miserabili segni che stata era vicina la morte. Strana ed orrida contaminazione di corpi, che spesso, oltre le raccontate alterazioni, insolite apparenze induceva: a questo veniva in odio l'acqua, come se da cane arrabbiato morso fosse; a quello la vista si pervertiva, o doppio o più grande del solito vedendo; a quest'altro gonfiavano straordinariamente le parotidi: a chi venivano bollicine piene di umore corrosivo in pelle, ed a chi pioveva sangue dagli orecchi. Escoriavasi la pelle, come se dal fuoco bruciata fosse, in quei luoghi dove la suffusa bile si spargeva: trascolava dai vescicatorii una linfa intensamente verde, simile piuttosto al sugo di cicoria che ad altro, la quale sì caustica e sì pungente natura aveva, che la pelle delle toccate membra dolorosamente infiammava, e tostamente cancrenava. Più feroce infierì il male contro le donne. Ma le gravide quasi tutte, che prese ne furono, morirono: i fanciulli passarono quasi tutti indenni. L'intemperanza di ogni genere, specialmente il darsi al bere eccessivo del vino e degli spiriti, ed il gozzovigliare ed il trascorrere nei cibi cagionavano e più certa malattia e più certa morte.

Ogni cosa poi sozza così dentro come fuori; imperciocchè negli sparati cadaveri le narici si vedevano imbrattate di nero sangue, e la morta bocca recere ancora, tanto n'era pieno il corpo, quel sucidume nero e fetido che nelle ultime ore della vita da lei pioveva. Pieno ancor esso e zeppo e gonfio di questo medesimo putridume infame e nero si trovava il ventricolo, roso, oltre a ciò, da serpeggiante cancrena, e rosi gl'intestini; la rete, chiamata dai medici omento, rosa del tutto, mostrava quanta forza di distruzione l'orribile malore avesse. Un fluido rosso e giallastro, come di bile mista a sangue, il cavo torace ingombrava; e sangue nero e putredinoso tutti aveva pieni i polmoni, cospersi ancor essi di macchie livide e cancrenose; livido ed infiammato il setto traverso; livida e di corrotto sangue piena la milza; livido, molle, putredinoso e di colore come se cotto fosse, il fegato, sul quale, e così sul ventricolo, pareva essersi specialmente scagliata con tutti i suoi effetti più tremendi la pestilenza. Insomma, o putridume sanguinolento, o sangue nero, o infiammazione vicina a sfacelo, o distruzione intiera di parti in ogni luogo e nelle più vitali viscere si discoprivano. Nè perchè la funesta corruttela tali mortiferi effetti producesse, lungo tempo richiedevasi che anche in coloro, i quali nel breve spazio di ventiquattr'ore restavano morti, si scorgeva che uno sfacelo universale, che un'aura venefica aveva il corpo tutto invaso ed allo stato di morte ridotto; che tale vide, tale descrisse con singolar medica maestria questa esiziale infermità il dottor Palloni, mandato dal toscano governo a vedere se alcun senno od umano provvedimento contro la medesima valesse. Nè solamente i visceri che più vicini e concorrenti all'opificio della digestione, quali sono, per esempio, il fegato ed il ventricolo, ma ancora i più segreti e più lontani erano da lei tocchi e contaminati; posciachè la vescica, che serve di ricettacolo alle orine, vuota si rinveniva, e di striscie sanguinose listata; il cerebro stesso, fonte principale di vita, ed i suoi proteggitori invogli col sozzo aspetto di vasi sanguigni strapieni, e con le cavità bruttate di un fluido sviato e giallastro, alla vista si appresentavano. Corrotta era la bile, e sparsa per tutto il corpo dei miseri contaminati. Pessimi il quinto e settimo giorno; pure notati di morti frequenti anche il primo, il secondo e il terzo: in alcuni, ma rari, indugiò la morte insino al decimoterzo od al decimoquarto.

Varii furono gli argomenti usati dai medici per domare la dolorosa infermità; ma i più semplici, come suole, riuscirono anche i più vantaggiosi. Tenere il ventre libero col calomelano e con la gialappa, buono; buono promuovere il sudore; buonissime le limonee con qualche piccola dose di tartaro emetico; utili i fomenti caldi, in cui fosse stata cotta senape. Nè mancò di sovvenire efficacissimamente agli ammalati l'acido nitrico, massimamente quando si usava in sulle complessioni deboli, e quando, essendo già molt'oltre trascorso il male, le emorragie, il vomito nero ed altri segni la incominciata dissoluzione del corpo indicavano. Deteriorava pei vescicatorii la condizione degli ammalati; pure giovarono in qualche caso applicati alla regione del sottoposto ed infestato fegato. Le orine soppresse, la digitale purpurea giovava. Ma forte e sopra tutti supremo rimedio mostrossi l'aria pura, e spesse volte rinnovata, dalla quale tanta era la efficacia, che per lei, anche a piccola distanza, si distruggeva la venefica qualità ed il fomite stesso del male.

Dall'altro canto si vedeva che per l'aria pregna di esalazioni animali si trasportava da uomo a uomo facilmente il morbo, e più fieramente l'infettato tormentava. Serve di argomento a compruovare questo accidente che le contrade più piene d'immondizie e meno ventilate della città, e le case dei poveri furono le più miseramente contaminate. Al contrario, le contrade spaziose e le case comode, pulite, e di aria aperta e libera, o andaronne esenti, o non peggiorovvi, o non vi appiccossi da corpo a corpo la corruzione; che anzi nel contaminato individuo si contenne, gli assistenti, i parenti, i medici, i ministri di Dio immuni lasciando. La qual cosa questa malattia dalle altre contagiose febbri, e specialmente dalla peste di Egitto, differenzia, il cui veleno largamente e lontanamente si appicca. Nè in contado si propagava, abbenchè continuamente infinite persone ed infinite mercanzie da contrada a contrada, e dalla città nei contado si trasportassero e si diffondessero. Nè l'uomo sano, ancorchè nella vicinanza degli ammalati vissuto fosse, mai ad altri la infezione, se prima egli medesimo tocco dalla malattia stato non fosse, comunicava; nè per gl'individui sani delle contaminate famiglie, nè per gli arnesi loro, nè per le altre suppellettili delle case giammai fuori la corruzione si avventava; e sì pure che le monete, le carte, le merci tutte in continuo giro ed in un indistinto commercio dentro e fuori della città versavano. L'abitudine, per un mirabile e non conosciuto artifizio dei nostri corpi, al malefico influsso gradatamente avvezzandoli, li salvava. Infatti, pel funesto male che tanti fra la minuta gente toglieva di vita, un solo ministro di Dio, tre soli ministri di salute perirono, quantunque e gli uni e gli altri frequentissimamente e con tutta cura agl'infettati assistessero. E quanta fosse la forza del rinnovato aere a domare l'acume del veleno, confermò visibilmente il provvedimento dato da chi reggeva l'ospedale di San Jacopo, il quale, quasi a riva il mare situato, ed ottimamente a salute edificato, di un'aria libera, sfogata e purissima godeva; conciossiachè non così tosto gl'infetti, ancorchè languidi, oppressi e già quasi vinti fossero dalla malattia, la soglia di quel salutifero edificio toccavano, ed in lui riposti erano, che i vitali spiriti in loro si rinvigorivano mirabilmente, e dalle angosce più crudeli subitamente ad un confortevole stato passavano. Toscano pregio fu rimedio all'inquilino morbo; perchè oltre alla purezza procurata dell'aria, la pulitezza delle case, la nettezza delle vestimenta, la mondezza dei corpi, qualità tanto eminenti nel toscano paese, sovvennero agl'infermi, e per sanarli bastarono le consuete abitudini. Nè anco in così nemico tempo si scoverse quel fine crudele di schifare e di fuggire gl'infetti per acquistare salute: a tutti rimasero i debiti sussidii, o per la carità dei parenti, o per l'amorevolezza degli amici, o per la pietà dei cherici, o per la provvidenza del pubblico; dei quali vantaggi devono i Livornesi o ad una maggiore civiltà o a più celesti inspirazioni restare obbligati.

Adunque se, oltre una naturale disposizione dei corpi a restare contaminato dal morbo, abbisognavano e la vicinanza o il contatto dell'uomo ammalato, o delle robe che a suo uso avevano servito nel corso della malattia, se l'aria stagnante e chiusa e zeppa d'animali effluvii la dava, se l'aria aperta e sfogata o l'allontanava o l'aleggiava, se le persone sane, benchè vissute in prossimità degl'infetti, e le merci da loro tocche, solo che al puro e ventilato aere esposte fossero, l'infezione fuori della città non trasportavano, e se finalmente il medesimo aere ventilato e puro il malefico fomite presso al suo fonte stesso, cioè all'ammalato, distruggeva ed annientava, si deduce che o l'accidente mortifero di Livorno, quantunque avesse in sè raccolti tutti i segni di quel morbo che alcuni febbre gialla, altri vomito nero appellano, era nondimeno molto dal medesimo diverso, opinione non verisimile, perciocchè i segni indicano identità di natura, o che il terrore e la mossa immaginazione l'hanno in altri paesi fatto parere diverso da quello ch'egli è veramente, tassandolo di contagio, quando veramente contagioso non è, a modo delle malattie che i medici chiamano specialmente con questo nome, come, per cagion d'esempio, la peste d'Egitto. Nè dimoreremci a dire com'egli in Livorno stato fosse recato; perchè se il vi recasse, come corse fama, un bastimento venuto da Vera-Crux, è incerto, siccome ancora è incerto se da altro contagio qualunque, o se da mera disposizione del cielo piovoso e caldo, come alcuni credono, e pare più verisimile, ingenerato e sorto fosse. Certo è bene ch'ei fu contaminazione schifosa ed abbominevole, e che funestò per numerose morti Livorno, spaventò le città vicine, tenne lunga pezza dubbiosa ed atterrita l'Europa per la fama delle provincie devastate in America. Queste cose si son volute raccontare con quella semplicità che s'è potuto maggiore, acciocchè la nuda verità meglio servir potesse a far conoscere, per forza di comparazione, la natura ed i rimedii di un male che omai minaccia di voler accrescere la soma di tutti quelli che già pur troppo affliggono la miseranda Europa.

MDCCCV

Anno di
Cristo
MDCCCV
. Indizione
VIII
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