Pio
VII papa 6.

Francesco
II imperadore 14.

Pareva, e fu anche solennemente e con magnifiche parole detto da Napoleone e da Melzi, che gli ordini statuiti in Lione per l'Italia fossero per essere eterni; ma non erano corsi due anni, che già manchi, insufficienti, non conducenti a cosa che buona e durevole fosse, si qualificarono. Importava a chi s'era fatto imperatore che re ancora si facesse. Erano, non senza disegno, stati invitati gli Italici a condursi a Parigi, per cagione di assistere in nome della repubblica alle imperiali cerimonie ed allegrezze. Vi andarono Melzi presidente, i consultori di Stato Marescalchi, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Costabili, Luosi, Guicciardini; i deputati dei collegi e dei magistrati, Guastavillani, Lambertenghi, Carlotti, Dambruschi, Rangone, Galeppi, Litta, Fe, Alessandri, Salimbeni, Appiani, Busti, Negri, Sopransi, Valdrighi. L'imperatore si lasciò intendere che il chiamassero re, e condannassero gli ordini lionesi: disponendosi la somma delle cose non solo con un comando, ma ancora con un cenno di Napoleone, il fecero volontieri; Melzi, appresentandosegli il dì 17 marzo con gli altri deputati in cospetto di Napoleone salito sul trono nel castello delle Tuillerie, in tali accenti favellava:

«Voi ordinaste, o sire, che la consulta di Stato e i deputati della repubblica italiana si adunassero, e l'affare il più importante pe' suoi destini presenti e futuri, cioè la forma del suo governo, considerassero. Al cospetto vostro io m'appresento, o sire, per compire appresso a voi l'onorevole carico d'informarvi di quanto ella fece e di quanto ella desidera. Primieramente l'assemblea, molto bene ogni cosa considerando, venne in questa sentenza, che l'impossibile è, se troppo non si vuole dagli accidenti dell'età nostra discordare, le attuali forme conservare. Ebbero le lionesi constituzioni tutti i segni di ordini provvisorii: accidentali furono, perchè agli accidenti dei tempi fossero rispondenti, nè in sè alcun nervo avevano, per cui gli uomini prudenti e durata e conservazione promettere si potessero. Non che la ragione, l'evidenza stringono urgentemente a cambiarla. La quale cosa concessa e confessata vera, come vera è realmente, la via da seguitarsi semplice diventa e piana; i progressi delle cognizioni, i dettami dell'esperienza, la monarchia constituzionale, la gratitudine, l'amore, la confidenza il monarca ci additano. Voi conquistaste, o sire, voi riconquistaste, voi creaste, voi ordinaste, voi sino a questo dì l'italiana repubblica governaste; quivi ogni cosa le vostre geste, la vostra mente, i vostri benefizii rammenta: un unico desiderio poteva essere fra di noi; un unico desiderio è sorto. Noi non preterimmo di maturamente considerare quanto nelle future cose la profonda sapienza vostra indicava; ma per quanto gli alti e generosi pensieri vostri coi nostri più bramati interessi si accordino, facilmente abbiamo a noi medesimi persuaso che le condizioni nostre tanto ancora non sono mature che possiamo aggiungere a quest'ultimo grado della politica independenza. L'italiana repubblica, così porta l'ordine naturale delle cose, deve ancora per qualche tempo restare impressa della condizione degli Stati novellamente creati. Un primo nembo, quantunque leggiero, che l'aere oscurasse, sarebbe per lei d'affanni e di timore cagione. Nella qual condizione, quale maggior sicurezza, quale più fondata speranza di felicità potrebbe ella, sire, che in voi trovare? Voi siete ancora necessaria parte di lei. Solo nell'alta sapienza vostra sta, solo a lei s'appartiene il vedere il preciso termine della dependenza tra le gelosie esterne e i pericoli nostri. Interrogati amorevolmente, rispondiamo sinceramente. Questo è il desiderio nostro che a voi significhiamo, questa la preghiera che a voi indirizziamo, che vi piaccia quelle costituzioni darne, in cui i principii già da voi pubblicati, dall'eterna ragione richiesti, alla quiete delle nazioni necessarii, statuiti siano e confermati. Siate contento, o sire, di accettare, siate contento di compire le preghiere e i desiderii dell'italica consulta. Per questa mia bocca istantemente tutti ve ne ricercano e ve ne scongiurano. Se voi benignamente ci esaudite, agl'Italiani diremo, che voi con più forte legamento vi siete alla conservazione, alla difesa, alla prosperità dell'italiana nazione congiunto. Così è, sire, voi voleste che l'italiana repubblica fosse, ed ella fu: fate ora che l'italiana monarchia sia felice, e sarà.»

Terminato il favellare, e fattosi avanti Melzi, l'atto dell'italiana consulta espresse: il governo della repubblica italiana fosse monarcale ed ereditario; Napoleone I re d'Italia si dichiarasse; le due corone di Francia e d'Italia in lui solo, non ne' suoi discendenti o successori, potessero esser unite: insino a tanto che gli eserciti franzesi occupassero il regno di Napoli, i Russi Corfù, gl'Inglesi Malta, le due corone non si potessero separare; pregassesi Napoleone imperatore passasse a Milano per ricevere la corona e statuire leggi definitive pel regno.

Rispose Napoleone, aver avuto sempre il pensiero di creare libera e independente la nazione italiana; dalle sponde del Nilo avere sentito le italiane disgrazie; essere, mercè il coraggio invitto de' suoi soldati, comparso a Milano, quando i suoi popoli d'Italia ancora il credevano sulle spiaggie del mar Rosso; ancora tinto di sangue, ancora cosperso di polvere, sua prima cura essere stata l'ordinare l'italiana patria; chiamarlo gl'Italiani a loro re; volere loro re essere, volere questa corona conservare, ma solo fintantochè gl'interessi loro il richiedessero; deporrebbela, quando fosse venuto il tempo, sopra un giovane rampollo volontieri, al quale, del pari che a lui, sarebbero a cuore la sicurezza e la prosperità dei popoli italiani. Nè questa fu la sola dimostrazione ch'ei fece in questo proposito.

Entrò il giorno seguente l'imperatore in senato. Taleyrand, ch'era uomo molto ambidestro, e capace di pruovar questa con molte altre cose ancora, pruovò che per allora l'unione della corona d'Italia a quella di Francia era necessaria. Lessesi l'accettazione; poi Napoleone prese a favellare pretendendo parole di moderazione e di temperanza.

«Noi vi chiamammo, o senatori, disse, per darvi a conoscere tutto l'animo nostro intorno agli affari più importanti dello Stato. Potente e forte è l'impero di Francia, ma più grande ancora la moderazione nostra. L'Olanda, la Svizzera, l'Italia tutta, la Germania quasi tutta conquistammo: ma in fortuna tanto prospera misura e modo serbammo. Di tante conquistate provincie quello solo ritenemmo che necessario era a mantenerci in quel grado d'autorità e di potenza, nel quale fu la Francia posta. Lo spartimento della Polonia, le provincie tolte alla Turchia, la conquista delle Indie e di quasi tutte le colonie hanno, a pregiudizio nostro, dall'uno de' lati fatto ir giù la bilancia: l'inutile rendemmo, il necessario serbammo, nè mai le armi per vani progetti di grandezza, nè per amore di conquiste impugnammo. Grande incremento alla fertilità delle nostre terre avrebbe recata l'unione dei territorii dell'italiana repubblica: pure, dopo la seconda conquista, l'independenza sua a Lione confermammo; ed oggidì, più oltre ancora procedendo, il principio della separazione delle due corone statuiamo, solo il tempo di lei, quando senza pericolo pei nostri popoli d'Italia effettuare si possa, assegnando. Accettammo, e sulla nostra fronte l'aulica corona dei Lombardi posammo: questa rattempreremo, questa ristaureremo, questa contro ogni assalto, finchè il Mediterraneo non sia restituito alla condizione consueta, difenderemo, e questo primo italico statuto a poter nostro sano e salvo conserveremo.»

Creava l'imperatore Eugenio Beauharnais, figliuolo dell'imperadrice sua moglie, principe, poi, suo figliuolo adottivo chiamandolo, vicerè d'Italia il nominava. Creava Melzi guardasigilli del regno. Decretava, andrebbe a Milano, e la corona reale la domenica 26 di maggio prenderebbe.

Messosi in viaggio con grandissimo seguito di cortigiani, perchè voleva far illustre questa sua gita con apparato molto magnifico e piucchè regio, e festeggiato con grandissimi onori per tutta Francia, arrivava Napoleone, il dì 20 aprile, a Stupinigi, piccola ed amena villa dei reali di Sardegna, posta a poca distanza da Torino. Quivi concorsero a fargli onoranza i magistrati: Menou verso di lui umilissimo si mostrava. Vennero a trovarlo i deputati di Milano per fargli omaggio, re loro, rigeneratore loro, padre loro chiamandolo. Rispose amorevolmente, gli avrebbe in luogo di figliuoli: raccomandò loro fossero virtuosi, l'attiva vita, la patria e l'ordine amassero. Dell'ordine parlava per dar contro ai giacobini. Terminò minacciosamente, dicendo che se alcuno avesse concetto gelosia pel regno d'Italia, avere una buona spada per disperdere i suoi nemici.