Visitato Moncalieri, corse la collina di Torino: esaminata Superga, entrò trionfalmente nella reale città. Abitò il palazzo del re con molto studio e diligenza a questo fine restituito e addobbato dal conte Salmatoris. Correvano i popoli piemontesi a vedere l'inusitato spettacolo. Arrivava in questo mentre papa Pio a Torino, tornando di Francia. Fu fatto alloggiare nella reggia con Napoleone: stettero molte ore ristretti insieme; Pio sperava, Napoleone lusingava, pubblicamente stretto accordo mostravano. Visitò le pubbliche singolarità: parlò con facilissima loquela di musica, di medicina, di leggi, di pittura; volle vedere la tavola d'Olimpia pinta da Revelli, pittore di nome. Lodò l'opera, ma notò qualche difetto. Il papa festeggiato, anche da Menou Abdallah, se ne partiva alla volta di Parma.

Dai discorsi civili si venne alla rappresentazione dell'armi. Volle Napoleone vedere i gloriosi campi di Marengo, e quivi simulare una sembianza di battaglia. Rizzossi un arco trionfale sulla porta d'Alessandria per Marengo con gli emblemi delle italiche, germaniche, egiziache vittorie. Sul campo stesso del combattuto Marengo l'imperial trono si innalzava. Compariva Napoleone in una carrozza molto splendida, e tirata da otto cavalli. Stavano i soldati schierati, molti memori delle portate fatiche in questi stessi marenghiani campi: Franzesi, Italiani, Mamelucchi, sì fanti che cavalli; s'accostavano le guardie nazionali, tutte in abito ed in bellissimo ordine disposte; magnifica comparsa poi facevano le guardie d'onore milanesi venute a Marengo per onoranza del nuovo signore. Stavano appresso gli uffiziali di corte, i ciamberlani, le dame, i paggi e molti generali in abiti ricchissimi. Splendeva il sole a ciel sereno: i raggi, ripercossi e rimandati in mille differenti guise da tanti ori, argenti e ferri forbiti, facevano una vista mirabile. Una moltitudine innumerevole di popolo era concorsa; l'alessandrina pianura risuonava di grida festive, di nitriti guerrieri, di musica incitatrice. Napoleone glorioso, venuto sul trono e postovi l'imperatrice a sedere, scendeva dall'imperiale cocchio e, montato a cavallo, s'aggirava per le file degli ordinati soldati. Le grida, gli applausi, i suoni d'ogni sorta più vivi e più spessi sorgevano ed assordavano l'aria. Terminate la rassegna e la mostra, iva a sedersi sull'imperiale seggio ancor egli, essendo in lui conversi gli occhi della moltitudine, tutti imperadore o vincitore di Marengo con altissime voci salutandolo. Seguitava la battaglia simulata fra due opposte schiere, moderando le mosse e gli armeggiamenti Lannes, che dopo i nuovi ordini imperiali era stato creato maresciallo. Durò dalle dieci della mattina sino alle sei della sera con diletto grandissimo di Napoleone; la quale terminata, dispensò a parecchi soldati o magistrati le insegne della legione d'onore, creata da lui novellamente. Sceso poscia dal trono, gettava le fondamenta d'una colonna per testimonianza alle future genti della marenghiana vittoria: ivi si fermarono le gloriose ricordanze.

Arrivava Napoleone con tutti i grandi della corona, il dì 6 di maggio, a Mezzana Corte sulla sponda del Po, dove, passato il fiume sopra estemporaneo bucintoro fra le innumerevoli acclamazioni dei popoli, che sulle opposte rive tripudiavano, sulle terre del suo italico regno entrava. L'aspettavano in solenne pompa, il ricevettero, il lodarono il prefetto dell'Olona, il guardasigilli Melzi, il maresciallo Jourdan, che stava al governo dei soldati franzesi alloggiati nel regno italico.

Giunto a Pavia, fece sua stanza nel palazzo del marchese Bolla, ad uso di palazzo imperiale destinandolo. Guardie d'onore, studenti addobbati, folle di popolo, arazzi spiegati, fiori sparsi, lumi accesi, applausi infiniti testificavano l'allegrezza dei Pavesi. Vide volontieri l'università, che l'ebbe con discorso limpido e puro di parole e di stile non isconveniente al soggetto, per voce del rettore e dei professori decani, lodato.

Fu magnifico l'ingresso di Napoleone in Milano. Entrava per la porta ticinese, a cui fu dato il nome di Marengo. Gli appresentarono i municipali le chiavi posate sopra un bacile d'oro. Dissero esser le chiavi della fedel Milano; i cuori averseli già da lungo tempo acquistati. Rispose, servassero le chiavi; credere amarlo i Milanesi, credessero lui amarli. Pervenuto, traendo e gridando lietissimamente una foltissima calca di popolo, al duomo, il cardinal Caprara arcivescovo, fattosegli incontro sulla soglia, giurava rispetto, fedeltà, obbedienza e sommessione, augurava conservazione di sì gran sovrano, invocava gl'incliti protettori della magnifica città Ambrogio e Carlo, acciocchè a lui ed a tutta la sua famiglia salute piena e contentezza perenne dessero. Terminate le cerimonie del tempio, il palazzo dei duchi ornato a festa e tutto esultante per l'acquistata grandezza accoglieva il novello re.

Ed ecco che, saputo ch'era andato a Milano per la corona, il venivano a trovare i deputati dell'italiche e dell'estere città. Vennevi Lucchesini portatore dei prussiani onori: recava da parte del re Federico l'aquila nera e l'aquila rossa a Napoleone; fregiatosene il sire, compariva con esse al cospetto de' suoi schierati soldati. Vennevi Cetto, inviato di Baviera; Beust, inviato dell'arcicancelliere dell'impero germanico; Alberg mandato da Baden, Benvenuti balì mandato dall'ordine di Malta: mandovvi il montagnoso Vallese il landmanno Augustini; mandovvi l'adusta Spagna il principe di Masserano, Lucca un Contenna ed un Belluomini, Toscana un principe Corsini ed un Vittorio Fossombroni: tutti venivano ad onoranza ed a raccomandazione appresso al potente e temuto signore.

Maggior materia era sotto i deputati della ligure repubblica. Aveva mandato il senato genovese Durazzo doge, cardinale Spina arcivescovo, Carbonara, Roggieri, Maghella, Fravega, Balbi, Maglione, Delarue, Scassi, senatori. A loro maggiori carezze e più squisiti onori si facevano. Studiavansi il ministro Marescalchi ed il cardinale Caprara a soddisfar loro con mense, con udienze, con complimenti. Le medesime gentilezze usavano i ministri di Francia: ad ogni piè sospinto veniva dato dell'altezza serenissima al doge, e di ambasciatori straordinarii ai senatori. Il signore stesso sempre li guardava con viso benigno, e si allargava con loro in melliflue parole. Brevemente, fra tanto festeggiare non erano i liguri legati la minor parte della comune allegrezza. Ammessi all'udienza del signore, il videro sereno e lieto. Con esso lui dell'acquistato imperio si rallegrarono, il commercio della prediletta Liguria instaurasse supplicarono. Rispose umanamente, conoscere l'amore dei Liguri; sapere aver soccorso gli eserciti di Francia in tempi difficili; non isfuggirgli le angustie loro; prenderebbe la spada, e li difenderebbe; conoscere l'affezione del doge, vederlo volentieri, veder volentieri con lui i liguri senatori: andrebbe a Genova; senza guardie come fra amici v'andrebbe. Dopo l'udienza furono veduti ed accarezzati dall'imperatrice e da Elisa principessa, sorella di Napoleone, sposata ad un Bacciocchi, creato principe anch'egli. Tutti mostravano dolce viso ai liguri legati nella napoleonica corte.

Presa in Monza la ferrea corona, e non senza solenne pompa a Milano trasportata, si apriva l'adito all'incoronazione. La domenica 26 di maggio, essendo il tempo bello ed il sole lucidissimo, s'incoronava il re. Precedevano Giuseppina imperatrice, Elisa principessa in abiti ricchissimi: ambe risplendevano di diamanti. Seguitava Napoleone, portando la corona imperiale in capo, quella del regno, lo scettro e la mano di giustizia in pugno, il manto reale, di cui i due grandi scudieri sostenevano lo strascico, indosso. L'accompagnavano uscieri, araldi, paggi, aiutanti, mastri di cerimonie ordinarii, mastro grande di cerimonie, ciamberlani, scudieri pomposissimi. Sette dame ricchissimamente addobbate portavano le offerte; ad esse vicini con gli onori di Carlo Magno, di Italia e dell'impero procedevano i grandi ufficiali di Francia e d'Italia, ed i presidenti dei tre collegi elettorali del regno. Ministri, consiglieri, generali accrescevano la risplendente comitiva. Ed ecco Caprara cardinale affaccendatissimo e rispettoso in viso, col baldacchino e col clero accostarsi al signore, e sino al santuario accompagnarlo. Sedè Napoleone sul trono, il cardinale benediceva gli ornamenti regi. Saliva il re all'altare, e presasi la corona, ed in capo postalasi, disse queste parole: Dio me la diede, guai a chi la tocca. Le divote volte in quel mentre risuonavano di grida unanimi di allegrezza. Incoronato, givasi a sedere sopra un magnifico trono alzato all'altro capo della navata. I ministri, i cortigiani, i magistrati, i guerrieri l'attorniavano. Le dame specialmente, in acconce gallerie sedute, facevano bellissima mostra. Sedeva sopra uno scanno a destra Eugenio, vicerè, figliuolo adottivo. A lui, siccome a quello a cui doveva restare la suprema autorità, già guardavano graziosamente i circostanti. Onorato e speciale luogo ebbero nell'imperial tribuna il doge ed i senatori liguri: stavano con loro quaranta dame bellissime e pomposissime; Giuseppina ed Elisa in una particolar tribuna rispondevano. Le volle, le pareti, le colonne sotto ricchissimi drappi si celavano, e con cortine di velo, con frange d'oro, con festoni di seta s'adornavano. Grande, magnifica e maravigliosa scena fu questa, degna veramente della superba Milano. Cantossi la solenne messa; giurò Napoleone: ad alta voce gridossi dagli araldi: «Napoleone I, imperatore dei Franzesi e re d'Italia è incoronato, consecrato e intronizzato; viva l'imperatore e re.» Le ultime parole ripeterono gli astanti con vivissime acclamazioni tre volte. Terminata la incoronazione, andò il solenne corteggio a cantar l'inno ambrosiano nell'ambrosiana chiesa. La sera, Milano tutta festeggiava; fuochi copiosissimi s'accesero, razzi innumerevoli si trassero, un pallone areostatico andava al cielo: in ogni parte canti, suoni, balli, tripudii, allegrezze. A veder tante pompe, si facevano concetti d'eternità: già gli statuali si adagiavano giocondamente sui seggi loro.

Mentre con lusinghe e con onori s'intrattenevano in Milano il doge ed i liguri legati, per un concerto con gli aderenti più fidi, un gran fatto si tramava. Sollevavasi a cose nuove la travagliata Liguria. Vi si spargevano prima parole, poi aperti discorsi, intorno alla necessità dell'unione con Francia. Allegavasi da uomini prezzolati nelle liguri provincie, allora essere stata perduta l'independenza quando fu fatta la rivoluzione; d'allora in poi essere stata sotto diversi nomi e reggimenti diversi Genova serva; aver lo Stato più pesi che portar possa da sè; poterli portare facilmente congiunto con Francia; sperarsi invano che il potente non manomettesse il debole; di ciò manifeste testimonianze aver dato i forastieri venuti quali come amici, quali come alleati; ripugnare la natura umana, sempre superba, ai moderni desiderii, nè la giustizia regnare in chi troppo può; essere cangiate le sorti d'Europa; preponderare oltremodo la Francia; già abbracciare e stringere da ogni parte, pel Piemonte unito e per l'italico regno obbediente, l'esile Liguria: che starsi a fare; che non si domandava l'unione a Francia? Giacchè non si può più comandare da sè, savio consiglio essere il comandare con altrui; le umili genovesi insegne non rispettarsi sui mari dai barbari buttati fuori dalle caverne africane, rispettarsi le franzesi, i napoleonici segni avere a render sicuri i liguri navili: così una sola deliberazione politica esser per fare ciò che le antiche armi della repubblica più non potevano. A queste parole si aggiungevano le adulazioni sulla felice condizione di esser posti al freno di Napoleone eroe. Le giurisdizioni domandavano l'unione con Francia, supplicava il senato, Napoleone la decretasse.

Avendo le arti sortito l'effetto loro, comparivano al cospetto dell'imperatore in Milano, il dì 4 di giugno, i liguri legati. Girolamo Durazzo doge, tutto pallido e sgomentato, orava in umili parole; le quali dette, e porti i suffragii del ligure popolo al signore, rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo venuto a parte delle faccende dei Liguri; a buon fine sempre averle indirizzate; essersi accorto che per loro era impossibile che qualche cosa degna dei padri loro facessero; l'avara Inghilterra chiudere a piacer suo i porti, infestar i mari, visitar le navi; le africane rapine andare ognora più discendo; essere servitù nell'independenza ligure; essere necessità ai Liguri di unirsi a un popolo potente; adempirebbe i loro desiderii, gli unirebbe al suo gran popolo volontieri, memore dei servigii prestati; tornassero nella loro patria; visiterebbeli fra breve, suggellerebbe la felice unione in Genova.