Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente per mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono la repubblica, che chiuso è il mare dai barbari, la terra dalle dogane, supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo impero unisse. Seguitavano le condizioni; si soddisfacesse dallo Stato ai creditori liguri come a quei di Francia; si conservasse il porto franco di Genova; nell'accatastare, si avesse riguardo alla sterilità delle terre liguri ed al caro delle opere; si togliessero le dogane e le barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero i soldati solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazii sugl'introiti e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della Liguria ne sentissero beneficio; le cause sì civili che criminali si terminassero in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini dell'impero; gli acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e sicuri nel possesso e nella piena proprietà di loro.
Napoleone, desiderando mitigare la acerbità del fatto con un uomo di temperata e prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun, arcitesoriere dell'impero, perchè lo Stato nuovo ordinasse a seconda delle leggi franzesi.
Restava che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava Napoleone il dì 30 di giugno a Genova. Tutta la città si muoveva per vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavalleria a Campo Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano, le fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi traeva alle ambizioni, si componeva nei sembianti; le genovesi donne attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del popolo, chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Michel Angelo Cambiaso, creato sindaco da Lebrun, s'appresentava con le chiavi: Genova, superba per sito, essere ora superba per destino, disse: darsi ad un eroe; avere gelosamente e per molti secoli custodito la sua libertà; dì ciò pregiarsi; ma ora molto più pregiarsi, le chiavi della città regina in mano di colui rimettendo che, savio e potente più d'ogni altro, valeva a conservargliela intatta e salva. Rispose benignamente; restituì le chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla soglia della chiesa di San Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo l'incensava. Luigi Corvetto, presidente del consiglio generale, venuto alla presenza del signore, favellava, avere lui liberato il buon popolo di Genova, averlo in figliuolo adottato; essere quivi in mezzo a' suoi figliuoli; dimenticare il genovese popolo le passate calamità; ogni altro affetto in questo solo affetto comporsi dell'amore dell'imperadore e re; per questo essere i Genovesi sudditi deditissimi; per questo i doveri più sacri affortificarsi dalle affezioni più dolci; non isdegnasse, pregava, la semplicità delle parole loro; eroe, sovrano e padre, in buon grado accettasse il tributo dell'ammirazione, dell'amore e della fedeltà loro. Poscia a nome proprio e di Bartolammeo Boccardi, uomo di non mediocre ingegno e stato sempre dedito alla parte franzese, Luigi Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria, chiamando Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare l'antica cesarea divisa in quest'altra: venni, vidi, felicitai. Piacque la squisita lusinga: Luigi Corvetto fu creato consigliere di Stato. Bene ne occorse ai Liguri che, perduto l'antico nome, trovarono in Corvetto chi affettuosamente gli amava, chi prudentemente li consigliava, e chi utilmente presso il signore gli avvocava, non a sdegni e ad antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma solamente al benefizio de' suoi compatriotti riguardando.
Alloggiava Napoleone al palazzo Doria a quest'uopo diligentissimamente preparato. Terminati i complimenti, si veniva alle feste. Incominciossi dal mare. Faceva magnifica mostra un tempio che di Nettuno o Panteon marittimo chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però che ciò apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante suolo, se ne andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni galleggiando. Una gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine ionico il sostentavano, le immagini de' marini dei l'adornavano. Sulle due facce interna ed esterna della cupola si leggeva un'inscrizione, parto del pad. Solari, la quale significava, i Liguri augurare a Napoleone imperadore e re lo impero del mare, come già si aveva quello della terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio; sopra di lei, condotta che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone i circostanti festeggiamenti rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro giardini chinesi adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, rinfrescati da zampilli d'acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più colori ed ornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in moto dal continuo aggirarsi della macchina, con dolce concerto tintinnavano continuamente, giravano con morbide giravolte, ora qua ora là a galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti, schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche e di vele si aggiungesse, e mille variati aspetti ad ogni momento agli occhi dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o vogliam dire gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte di mare, due da ciascuna con velocità meravigliosa contesero della vittoria; vinse la bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le grida festose montavano al cielo. Fecesi notte intanto: diventò più bello lo spettacolo. Lumiere di cristallo, che fra le colonne del galleggiante tempio stavano sospese, subitamente accese, gittavano sulle incostanti acque, che con lampi di vario colore li rimandavano, raggi di abbondante e rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini, anch'esse illuminate, consentivano con la sopravanzante luce del tempio. Fuochi in aria a forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio, si volteggiavano intorno al tempio ed ai quattro giardini chinesi. Le agili barchette, posti fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire giri, guizzi e baleni, che con la piena luce del tempio e delle isolette da un canto si confondevano, dall'altro a chi d'in sulle spiaggie di lontano mirava, l'oscurità della notte con l'immagine d'innumerevoli e vaganti stelle temperavano. Alla dolce vista consuonava un soave ascoltare: imperciocchè dalle chinesi isolette uscivano suoni e concerti giocondissimi, mandati fuori dai petti e dagli appositi strumenti di musici vestiti alla chinese. Al tempo stesso le mura della città risplendevano per un'immensa luminaria; i palazzi e le case quasi tutte avevano anch'esse i lumi a festa: tutto l'anfiteatro della superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva ai marini splendori. La torre della lanterna, accesasi ad un tratto da innumerevoli lumi con bel disegno ordinati, trasse a sè gli occhi dei festeggianti spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe la maraviglia, che ben tosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa di vulcano, come se veramente vulcano fosse. Nè i fuochi artificiati furono la parte meno notabile del magnifico rallegramento; poichè due bellissimi templi di fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte dei moli, ed altri fuochi, con mirabile artifizio apprestati, ora si tuffavano nelle acque, ed ora, più vivi che prima fossero, ne uscivano. Così fra il molle ondeggiare, il vago risplendere, il giocondo suonare nasceva una scena, a cui niuna può essere pari in dolcezza ed in grandezza.
Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi, sceso dal marino tempio, se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel palazzo pubblico. Intervennero Giuseppina di Francia, Elisa di Piombino. Fu allegra la festa. Cantossi l'inno ambrosiano nella cattedrale di San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della Legion d'onore, più eccelse a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo Spina: presentò con dorate gioie Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile. Comandò che si restituisse la statua di Andrea Do- ria, atterrata dai giacobini. Contento indi se ne tornava Napoleone al suo imperiale Parigi.
Rimase al governo di Genova il principe Lebrun, il quale, temperatamente, secondo la natura sua procedendo, diede norma allo Stato nuovo riducendolo alla forma di Francia. Ordinò con prediletto pensiero l'università degli studii; vedeva i professori volontieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare cresceva lo zelo in chi ammaestrava ed in chi era ammaestrato; l'università genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra l'introduzione degli ordini franzesi e l'unione alla Francia: finalmente, orando Regnault di San Giovanni di Angely, decretava, il dì 4 ottobre, il senato che i territorii genovesi fossero uniti al territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi Stati, nonchè d'Italia, d'Europa. Gl'inorpellamenti non mancarono nella bocca di Regnault; fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia distruggeva l'indipendenza di Genova (questo appunto significavano le sue parole), perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il principio: per la potenza di Napoleone, tornarono in patria i Genovesi schiavi della crudele Africa.
La repubblica di Lucca anch'essa periva. Die' primieramente Piombino ad Elisa sorella; poi Lucca e Piombino a Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nessuno vi si pagasse, se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero Bacciocchi ed Elisa. Andavano al possesso il dì 8 luglio.
Avviava Napoleone Parma all'unione con Francia: le leggi franzesi vi promulgava; già le ambizioni parmigiane si voltavano alla fonte parigina; Moreau di Saint-Mery secondava l'imperadore piuttosto per piacere a lui che a sè, perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il comandare.
Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone e gl'italiani Stati rovinavano, tornava nella sua romana sede il pontefice Pio. Parlò agli adunati cardinali, il 16 di giugno, delle cose fatte e delle cose sperate, molto benefizio per la religione e per la romana Chiesa dal suo parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in Francia, aveva desiderato di compor quelle che più vicino a lui avevano romoreggiato, e gettato anzi lunghe radici in tutte le parti d'Italia: quest'erano le differenze tra la santa Sede e Ricci, vescovo di Pistoia. Dopo varie lettere e dichiarazioni, che Roma non soddisfecero, nuove protestazioni di obbedienza e di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando, passando per Firenze, se ne andava in Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a Ricci che l'abbraccierebbe volontieri, se prima volesse sottoscrivere una dichiarazione. Ricci, stretto dai tempi, e temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse. L'aspettavano il papa e la regina nel palazzo Pitti; il pontefice gittossegli al collo, l'abbracciava, e fattoselo sedere accanto a lui, molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle mani del pontefice un altro scritto; approvò Pio la seconda dichiarazione, affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci; e ne farebbe fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere; il lodò nelle allocuzioni del concistoro. A questo modo Pio, vittorioso di Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversarii potenti, uno per la forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni.
Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa. L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia aveva sollevato gli animi di tutti i potentati, e dato loro giusta cagione di temere nuovi sovvertimenti e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava e se ne rallegrava, perchè credeva che più stabile fondamento all'ingrandimento de' suoi Stati fosse la nuova potenza di Napoleone, che l'antica dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente si scorgevano nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone: era la prima che per loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti i Borboni; l'altra, che, avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva ridotto in mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia dovunque egli volesse; nè che fosse per usarne moderatamente da nissuno si confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo, si pensava che non fosse prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul suo imperio. Si portava opinione che i repubblicani di Francia e gli amatori del nome borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone si fossero risentiti e divenuti meno inclinati ad aiutarlo, quando si venisse ad una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo da non usare efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e che se gli desse tempo sarebbe stato, non che difficile, impossibile a frenarlo. Nè egli pel desiderio ardentissimo del comandare, troppo s'infingeva. Il suo procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo voler significare, argomentavano, quegli onori di Carlo Magno offerti il giorno dell'incoronazione tanto a Parigi quanto a Milano, questo la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già fin d'allora, che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevasi nella mente dell'imperator Alessandro alcune ragioni particolari di tenersi mal soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la principale consisteva nell'uccisione del duca d'Enghien, giovane di sua età, e da lui specialmente conosciuto ed amato. Da questi motivi era sorto nelle principali potenze d'Europa il desiderio di una nuova collegazione a difensione comune ed a conservazione degli antichi Stati contro la Francia, il cui fine era o di accordarsi con Napoleone, se qualche termine di buona composizione a benefizio dell'indipendenza dei consueti sovrani con lui si potesse trovare, o di venire con esso lui al cimento dell'armi, quando ancora era tenero su quel suo sovrano seggio. Nè l'Inghilterra mancava a sè stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma ancora pel pericolo che pareva sovrastare al cuore stesso del suo Stato; conciossiachè avesse Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle coste della Picardia e della Normandia, minacciando d'invasione i tre regni. Nè era privo di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre alle grosse navi da guerra, una quantità considerabile di legni minori. Secondavano le intenzioni dell'imperatore con celere grandissimo i popoli di Francia con profferte di danari e di navi. Guglielmo Pitt, che a questo tempo reggeva i consigli del re Giorgio, aveva questo moto in poco concetto, conoscendo che pel prepotente navilio d'Inghilterra difficile era l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile nell'isola prima che le sorti fossero definite. Ciò non ostante l'apparato di Francia travagliava la nazione ed interrompeva i traffici. Per la qual cosa intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi nemici e ad ordinare una nuova lega contro Francia. A questo fine, e già fin dal mese di aprile, era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia e l'Inghilterra un accordo, col quale si erano obbligate ad usare i mezzi più pronti ed efficaci per formare una lega generale, e che, per conseguire questo intento, adunassero cinquecentomila soldati, non compresi i sussidii d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre o costringere il governo di Francia alla pace e ad una condizione in Europa, in cui nissuno Stato preponderasse sopra gli altri: evacuasse Napoleone l'Annoverese e la settentrionale Germania, rendesse independenti l'Olanda e la Svizzera, restituisse il re di Sardegna con qualche accrescimento il territorio, desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse da tutta Italia, compresa l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria erano entrate in questa lega. Prima però che all'aperta rottura si venisse, sì per vedere se ancora qualche modo di questa composizione vi fosse, e sì per aver comodità di fare i necessarii apprestamenti e di dar tempo agli aiuti di Russia di arrivare, si deliberarono gli alleati a mandare a Parigi il barone di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi recasse, e di un accordo conforme l'imperator Napoleone sollecitasse.