Si mandava ad effetto il trattato del 26 dicembre. Venezia e gli antichi suoi territorii, dopo otto anni di dominio austriaco, tornavano sotto quello di Francia. Venne Law Lauriston a prenderne possesso da parte del re d'Italia. Il dì 19 gennaio arrivarono in Venezia i soldati di Napoleone; li comandava Miollis. Arrivava il dì 5 di febbraio in Venezia Eugenio vicerè, testè sposato ad Amelia di Baviera. Fecersi i soliti rallegramenti.
A questo tempo rinfrescavansi le napolitane ruine. Napoleone vittorioso pensava a soddisfare all'ambizione ed alla vendetta. Già sull'uscire del precedente anno aveva pubblicato, parlando a' suoi soldati, queste parole:
«Da dieci anni io feci quanto per me si potè per salvare il re di Napoli e da dieci anni ei fece quanto per lui si potè per perdersi. Dopo le battaglie di Dego, di Mondovì e di Lodi, deboli forze gli restavano per resistermi: fidaimi nelle sue parole, anteposi la generosità alla forza. Risolvè poscia Marengo la seconda lega: aveva il re, di tutti il primo, incominciato la guerra: da' suoi alleati abbandonato a Luneville, solo e senza difesa rimase. Implorò perdono, gliel concedei. Voi, a Napoli già vicini, avevate in poter vostro il regno: i tradimenti io sospettava, le vendette poteva fare: novella generosità amaimi; che sgombraste il regno, ordinarvi; la terza volta restommi della salute sua la casa dei reali di Napoli obbligata. Perdonerò io la quarta ad una corte senza fede, senza onore, senza ragione? No; ceda dal regno la napolitana famiglia: non può ella col riposo d'Europa, coll'onore della mia corona sussistervi. Ite, marciate, precipitate nell'onde quei deboli battaglioni dei tiranni del mare, seppure a loro basterà l'animo di aspettarvi; ite, e mostrate al mondo come da noi si puniscano gli spergiuri; ite e fate ch'egli presto s'accorga che nostra è l'Italia, che il più bel paese della terra ha ormai gettato via dal collo il giogo d'uomini perfidissimi: ite, e mostrate che è la santità dei trattati vendicata, che sono le ombre de' miei soldati, sopravvissuti ai naufragii, ai deserti, a cento battaglie ed alle uccisioni nei porti della Sicilia, mentre tornavano dall'Egitto, placate e paghe. Guideravvi mio fratello; partecipe della mia potenza, partecipe dei miei consigli, in lui fidatevi, come io in lui mi fido.»
A queste aspre parole del terribile vincitore di Austerlitz tenevan dietro consenzienti fatti. Giuseppe fratello con esercito poderoso marciava contro il regno; gli aveva dato Napoleone, conoscendolo irresoluto e solito a lasciarsi portare dalla volontà degli altri, per compagno e sostenitore de' suoi consigli Massena. Pruovossi Ferdinando di stornare la tempesta con mandar Ruffo cardinale appresso allo sdegnato signore per iscusare il fatto dello sbarco. Mostrossi Napoleone inesorabile; preparava reali seggi ai fratelli; voleva formare in ogni luogo Stati dipendenti intieramente da lui.
Quando pervennero a Ferdinando le novelle della volontà di Napoleone, si ristrinsero insieme i suoi consiglieri per deliberare su quanto la necessità del caso richiedesse. Ma la partenza dei Russi per Corfù, con corriero espresso comandata dall'imperatore Alessandro, rendè necessaria anche quella degl'Inglesi, che passarono in Sicilia, lasciato Ferdinando nell'ultima ruina.
Lasciava Ferdinando la real sede il dì 23 gennaio, in Sicilia ritirandosi. Così finiva allora il suo regno.
Partito Ferdinando sul vascello reale l'Archimede, fu lasciata una reggenza composta dal generale Naselli, dal principe di Canosa, da don Michelagnolo Cianciulli e da don Domenico Sofia. Era la città paventosa delle cose avvenire; si temeva del popolo, dei Franzesi, dei Calabresi. Accrebbe il terrore un grave tentativo dei carcerati al serraglio, che, se avesse avuto effetto, Napoli sarebbe andata a rovina. Marciavano intanto i Franzesi alla conquista. Giuseppe, fulminato vendetta contro la corte, e promesso dolcezza al popolo se si sottomettesse, velocemente viaggiava contro la capitale. Correva a destra a riva il mare Regnier, nessuno ostacolo in nessun luogo incontrando, salvo in Gaeta, piazza forte di sito, e custodita dal principe di Assia, capitano valoroso. Intimata la resa, rispose negando. Assaltarono i Franzesi il bastione di Sant'Andrea, e se lo presero, non senza sangue. L'altra parte si difendeva egregiamente; ma essendo i napoleoniani grossi, lasciate genti all'oppugnazione, passarono. Massena a sinistra senza impedimento alcuno camminando, poichè Capua già si era data, arrivava al 14 di febbraio sotto le mura dell'appetita città. Si arresero castel Nuovo, castel dell'Uovo, castel del Carmine e castel Sant'Elmo. Entrava Duhesme il primo con una scelta fronte di soldati leggieri sì fanti che cavalli.
Faceva il dì seguente il suo ingresso Giuseppe a cavallo con molto seguito di generali e con tutte le ordinanze in bellissima mostra. Smontò al palazzo reale; trovollo squallido, e spogliato dai fuggitivi. Addì 16, visitava la chiesa di san Gennaro; udita la messa di Ruffo cardinale, presentava il santo con doni, primizie del futuro regno. Tornatosi nella regia sede, dava le udienze ai magistrati, vedeva con viso benigno la reggenza di Naselli; ma tosto la cassava, per crearne un'altra: fecene capo Saliceti. Per far denaro, si mantennero le tasse vecchie, se ne imposero delle nuove; per far sicurezza, si tolsero le armi ai cittadini, e si venne sul suono di far morire soldatescamente chi le portasse.
Intanto le Calabrie non quietavano. Si era il duca di Calabria accostato, con un corpo di soldati uscito con lui da Napoli, al conte Ruggiero, che con una squadra riempiuta di soldati siciliani, tedeschi, napolitani, e con qualche misto di raunaticci, parte buona, parte pessima, aveva fatto un alloggiamento fortificato sulle rive del Silo nel principato di Salerno. Arso il ponte, schierava i suoi sulla riva. Parve il caso d'importanza; vi fu mandato Regnier. Andò il Franzese all'assalto, mandò i Napolitani in rotta, perseguitò i vinti fino a Lagonero. Rannodaronsi i regi a Campotenese; venne loro sopra Regnier, il dì 9 marzo e con un forte assalto li risolvette facilmente in fuga. A stento salvossi il conte con mille soldati tra fanti e cavalli. Il Franzese vittorioso s'inoltrava nella Calabria Ulteriore: occupava Reggio, muniva di presidio la fortezza di Scilla, posta alla punta d'Italia, dove è più vicina alla Sicilia, il che dava freno e sospetto agl'Inglesi che in Messina si erano raccolti a difesa dell'isola.
Da un'altra parte Duhesme, oltratosi nella Basilicata, cacciava i nemici da Bernarda e da Torre, ed entrava in Taranto, città opportuna, pel suo sito, ad accennare ugualmente a Corfù ed alla Sicilia. Alcuni rimasugli dei vinti si erano rannodati a Castrovillari, ma, combattuti da Regnier, furono dispersi.