Sbaragliati i regolari, sorgevano, parte per la mutazione del governo, parte per gl'istigamenti di Sicilia, parte per amore della vendetta, parte per cupidigia del sacco, in diverse parti della Calabria, bande collettizie di soldati spicciolati e di uomini facinorosi che mettevano la provincia a terrore, a ruba ed a sangue. In questi orribili ravvolgimenti perdeva chi aveva, acquistava chi non aveva; i buoni solamente perivano, gli scellerati trionfavano. La ferocia di uomini quasi ancora selvaggi era stimolata da uomini feroci per consetuedini; il male si appiccava e dominava in ogni parte. Spargevansi voci che la regina fomentasse questi moti: i Franzesi ed i partigiani loro accrescevano questi romori, e davano loro più credito collo intento di seminare viemmaggiormente rancori ed odii contro quel governo che da loro era stato cacciato. Da questi accidenti nasceva che non solamente il desiderio di Ferdinando diminuisse continuamente nelle popolazioni quiete e negli uomini facoltosi, ma ancora con minor avversione si vedesse il dominio dei Franzesi.
Questi rumori non ignorava Napoleone. Però, giudicando che fosse arrivato il momento propizio per mandar fuori quello che si aveva giù da lungo tempo concetto, nominava Giuseppe re delle Due Sicilie. Annestava la solita condizione, che le due corone di Francia e di Napoli non potessero mai essere posate sul medesimo capo.
La creazione del re Giuseppe fu sentita con qualche allegrezza in Napoli: furonvi luminarie, spari, feste, teatri, canzoni, sonetti, al solito; e di questi sonetti chi ne aveva più fatto per Carolina, più ne faceva per Giuseppe. Vi furono anche non insolite, ma indecenti cose: rivoltamenti di animi. Ruffo cardinale esultando ricevè Giuseppe sotto il baldachino; il marchese del Gallo, ambasciatore di Ferdinando a Parigi, il divenne di Giuseppe, poi incontanente suo ministro degli affari esteri; il duca di Santa Teodora, ambasciatore di Ferdinando in Ispagna, accettò carica in corte di Giuseppe. La Turchia stessa, cui Napoleone avea voluto torre quel granaio dell'Egitto, adulava: il giorno dell'assunzione di Giuseppe, il suo inviato in Napoli cacciò fuori sulla fronte del suo palazzo, in mezzo a certa lumineria, questo motto in lingua turca e franzese: L'Oriente riconosce l'eroe del secolo.
Le vittorie e di Lagonero e di Campotenese, avendo rotto le forze regie in Calabria, tutto il paese era venuto, salvo alcuni moti incomposti, a divozione dei Franzesi. Solo Gaeta e Civitella di Tronto resistevano. Poca speranza restava al re di far frutto, sebbene sapesse che non mancavano mali semi contro il nuovo signore, se gl'Inglesi, sbarcando sulle terre calabresi, non avessero somministrato qualche forte soccorso di battaglioni ordinati. Ma grandemente ripugnava ad una spedizione in terraferma Stuart, che, essendo succeduto a Craig nel governo de' soldati britannici in Sicilia, continuava a starsene nelle stanze di Messina. Gli pareva che il principal fine degl'Inglesi fosse la conservazion della Sicilia. Ma era a questo tempo giunto in Sicilia un uomo a cui piacevano le imprese avventurose; questi era Sidney Smith, che, arrestata la fortuna prospera di Buonaparte in Oriente, si era persuaso di poterla arrestare in Occidente. Stimolato dalla propria natura, dalle preghiere di Ferdinando e dalle instigazioni della regina, continuamente esortava Stuart alla fazione. Ma la prudenza dell'uno superava l'audacia dell'altro, e niuna cosa si risolveva. Si deliberava Sidney a fare qualche sforzo da sè colle forze marittime per far vedere a Stuart che la materia era meglio disposta ch'ei non credeva. Per la qual cosa partiva dalla Sicilia con qualche nave grossa da guerra e molte annorarie, con intento d'andar a visitare le coste di Napoli.
Vi scoperse inclinazioni favorevoli, ma non sufficienti, perchè potessero fare da sè. Tornossene in Sicilia: con intente esortazioni tanto fece, che il prudente Stuart si lasciò muovere a tentare qualche fatto su quella tribulata e tumultuosa terra. Sbarcava sul principiar di luglio con circa cinque mila soldati sulle coste del golfo di Sant'Eufemia: chiamava, ma con poco frutto, le popolazioni a levarsi. Stava sospeso, stante la freddezza dei popoli, se dovesse tornare alle navi, o persistere sulla terraferma, quando gli pervennero le novelle, che Regnier con un corpo di circa quattro mila soldati aveva posto il campo a Maida, terra distante dieci miglia dal mare. Udì al tempo stesso che una nuova schiera di tre mila soldati accorreva in soccorso di Regnier, perciocchè la nuova della venuta degl'Inglesi già si era sparsa nelle vicinanze. Si deliberava pertanto ad assaltare il nemico innanzi che il soccorso si fosse congiunto con esso lui. Forte e quasi inespugnabile era il sito di Regnier, e se si avesse aspettato l'inimico, la sua vittoria sarebbe stata certa. Ma o nel proprio valore troppo confidando, o di quello del nemico troppo debolmente giudicando, consentì al commettere all'arbitrio della fortuna un'impresa certa, e scese, varcato il fatale fiume Amato, che gli stava alla fronte, nella pericolosa pianura. Arrivavano in questo mentre i tre mila; il quale accidente accrebbe nei Franzesi l'opinione del vincere. Si fece dalla sua parte avanti l'esercito d'Inghilterra: le due emole nazioni venivano al cimento.
Incominciò la battaglia, correva il dì 6 luglio, dall'affronto incomposto e sparso dei soldati armati alla leggiera; poi si venne alla zuffa delle genti grosse. Trassero poche volte con gli archibusi: mossi dall'emulazione, ed impazienti del combattere da lontano, si avventarono colle baionette in canna gli uni contro gli altri. La mischia era spaventosa; vivi erano i Franzesi, stabili gl'Inglesi. Dopo varii accidenti, la battaglia si facea pericolosa per questi, quando un nuovo reggimento partito da Messina, e testè sbarcato a Santa Eufemia, arrivò sul campo, e posto dietro un po' di riparo che il terreno offeriva, fece fronte ai cavalli franzesi che incalzavano, e coi tiri spesseggiando, non solamente arrestò l'impeto loro, ma ancora li costrinse alla ritirata più rotti che interi. Dopo questo fatto, i soldati di Regnier si posero in fuga sconposti e sbaragliati, cercando ciascuno salute senza ordine e norma, come meglio avvisava. Fu compiuta la vittoria degli Inglesi. Dei dispersi, che furono un grosso numero, molti venuti in mano dei Calabresi, furono crudelmente ammazzati: alcuni, condotti cattivi al cospetto di Stuart, salvi restarono.
La vittoria di Maida die' nuova cagione ai Calabresi di levarsi a romore: ad uso barbaro ammazzavano quanti venivano loro alle mani. I Franzesi, dal canto loro irritati contro uomini che a nissun uso civile attendevano, saccheggiavano ed ardevano tutte le terre che loro si scoprivano contrarie, uccidendo i terrazzani, e nissun rispetto avendo o al sesso o all'età. La Calabria tutta fumava d'incendii e di sangue. Furono i Franzesi obbligati a sgombrarne.
Il trionfo di Maida poco durava. Si ingrossavano di nuovo i napoleoniani; gli assassinii erano cattivo fondamento; il capitano d'Inghilterra si ritirava in Sicilia, solo lasciando un presidio nel forte di Scilla, di cui s'era impadronito.
Si accalorava l'oppugnazione di Gaeta. Già per molti mesi l'aveva virilmente difesa il principe d'Assia: vi morirono molti buoni Franzesi, fra gli altri il generale Vallelongue. Il principe ferito gravemente fu portato in Sicilia. Si diede la fortezza, che già, aperta una breccia molto grande nel muro della cittadella, i terribili granatieri di Francia erano pronti all'assalto, il dì 18 luglio.
La resa di Gaeta avvantaggiò le condizioni dei Franzesi nel regno. La forte schiera che l'aveva oppugnata andava a ricuperare le Calabrie; e stantechè il nome di Massena era di molto terrore, gli fu dato il governo della spedizione. Perchè un uomo terribile avesse podestà terribili, decretava Giuseppe, fossero e s'intendessero le Calabrie in istato di guerra; i magistrati civili e militari obbedissero a Massena; creasse commissioni militari pei giudizii, ed i giudizii si eseguissero senza appello in ventiquattro ore; i soldati vivessero a carico dei paesi sollevati; i beni degli assassini e dei capi dei ribelli si ponessero al fisco; i beni degli assenti ancor essi si confiscassero; chi, non essendo ascritto alla guardia provinciale, fosse trovato con armi, si desse a morte; i conventi che non dichiarassero i religiosi complici si sopprimessero. Andava Massena alla spedizione: seguitarono dalle due parti crudeltà inusitate. Durò lunga pezza la carnificina; pure i napoleoniani per la disciplina e per gli ordinati disegni prevalevano. Il terrore e le uccisioni frenarono, non quietarono la provincia; semi orrendi vi covavano, che ora in questo luogo ora in quell'altro ripullulavano, e facevano segno che più potevano l'odio e la rabbia che i supplizii; nè mai potè Giuseppe venir a capo dei sollevamenti calabresi, ancorchè osasse rimedii asprissimi, e qualche volta anche dolcezza coi perdoni. Vedremo poi che se la dolcezza mescolata con la crudeltà non fece frutto per pacificare le Calabrie, una crudeltà pura il fece: feroce razza di Calabria che non potè costringersi alla quiete, se non con lo sterminio.