A Messa c'era folla. E prima e poi si fece un gran parlare del furto. Tutti vollero vedere la cantina vuota, l'uscio malconcio, la traccia delle ruote.
Due bottiglie sfuggite ai ladri scomparvero nelle tasche di un fedele. Non si capiva come il prete non si fosse accorto di nulla; poichè lui asseverava, senz'altre spiegazioni, non avere inteso nulla. Le donne lo compiangevano, ma gli uomini, per lo più, ammiravano il colpo e ridevano del povero prete che aveva il torto grave di essere astemio, di non saper stringer con la gente quella fraterna dimestichezza del bicchieretto vuotato assieme.
Ridevano, specialmente durante la predica, per il cupo cipiglio che volevano attribuire al vuoto della cantina.
Del Moro nessuno parlò, ed egli stesso non comparve in S. Luca nè alla Messa nè poi, onde il povero don Rocco era pieno di scrupoli e di rimorsi, temeva di non essersi saputo regolare a dovere. Vennero invece, sul tardi, i carabinieri, esaminarono tutto, interrogarono il prete. Non aveva sospetti? Nessuno. Vollero sapere ove dormiva. Come mai non aveva udito? Ma! non lo sapeva nemmeno lui; aveva avuto persone in casa. A che ora? Tra le undici e il tocco, circa. Uno dei carabinieri, sorrise malignamente, ma don Rocco, innocente come un bambino, non se ne avvide affatto. L'altro domandò, se non avrebbe sospettato di un certo Moro, sapendo, come loro sapevano, che poco prima delle undici era stato veduto salire a S. Luca. Allora don Rocco s'infervorò a protestarsi certo dell'innocenza di colui, e, incalzato un poco di domande, mise fuori la sua gran ragione: era appunto il Moro che l'aveva visitato a quell'ora, per affari suoi. — Forse non erano gli affari che Lei ha creduto — disse il carabiniere. — Se sapesse cosa penso io! — Don Rocco non lo sapeva e non cercò neanche, nella sua umile placidità, di saperlo. Non s'impacciava mai, lui, dei pensieri degli altri. Gli bastava la fatica di vederci un po' chiaro nei propri. Coloro gli fecero ancora alquante domande e se n'andarono portando seco l'unico oggetto trovato in cantina, un cavaturaccioli che lo scrupoloso don Rocco non volle affermare, per difetto di sicura memoria, che gli appartenesse, benchè lo avesse pagato al suo predecessore il doppio del giusto. Adesso la sua cantina e la sua coscienza erano egualmente pulite.
Verso l'imbrunire di quel giorno don Rocco leggeva l'uffizio passeggiando su e giù nel cortile per fare un po' di moto senza dilungarsi da casa. Chi sa? Forse poteva ancora venire, colui. Ogni tanto don Rocco si fermava e tendeva l'orecchio. Non udiva che voci di carrettieri giù nella pianura, rumori di ruote, abbaiar di cani. Finalmente ecco un passo nella stradicciuola che scende fra i cipressi; un passo tardo ma non pesante, un passo signorile con un certo strider sommesso di scarpe ecclesiastiche, un passo che ha il suo recondito significato, che esprime, a chi lo sa intendere, uno scopo non urgente ma grave.
Il portello si aperse e don Rocco, fermo in mezzo al cortile, vide comparire il fine viso ironico del professor Marin.
Il professore, veduto don Rocco, si piantò sulle gambe aperte, e, giunte le mani dietro alla schiena, si diede a dondolar silenziosamente il capo e le spalle a destra e a sinistra sorridendo con un misto indescrivibile di condoglianza e di canzonatura. Il povero don Rocco lo guardava anche lui, taceva anche lui, sorrideva ossequiosamente, rosso come un pomodoro.
— Tutto, ohe? — disse finalmente il professore, interrompendo la sua mimica e facendosi serio.
— Tutto — rispose don Rocco, sepolcrale. — Non ne han lasciato un sorso.
— Corpo! — esclamò l'altro, soffocando una risata; e si fece avanti.