— Niente niente, sapete, figlio — diss'egli con improvvisa bonarietà, — Datemene una presa. — Niente — proseguì, fiutato il tabacco. — Cose che si accomodano. La signora Carlotta ne ha fatto tanto del vino, che per lei già, io dico, botte più, botte meno... Mi capite! Una buona donna, figlio, la signora Carlotta; una buona donna.
— Eh buona, buona — brontolò don Rocco guardando nella tabacchiera.
— Siete fortunato, voi, caro — riprese Marin battendogli sulla spalla. — State da papa qui.
— Mi contento, mi contento — fece don Rocco sorridendo e spianando per un momento le ciglia. Era lieto di udir questo linguaggio da un intimo della signora Carlotta.
Il professore si guardò attorno con una faccia ammirativa, come se vedesse il luogo per la prima volta.
— Un paradiso! — diss'egli, girando gli occhi per le mura sudicie del cortile. Li levò alla ficaia pittorescamente acquattata sotto il campanile, nell'alto angolo fra il portone e il vecchio convento.
— Solo per quel fico! — soggiunse. — Non è bello? Non dice la poesia d'un mezzogiorno d'inverno, tepido, quieto? È una parola di dolcezza, d'innocenza lieta, che tempera la severità delle mura sante. Bello!
Don Rocco guardava il suo fico come se lo vedesse per la prima volta. Gli voleva bene, ma non ne aveva mai sospettate tante qualità.
— Fa i fichi piccoli — diss'egli con la voce d'un padre che ode lodare il figlio presente, ne gode, e dice qualche parola ruvida perchè quegli non invanisca, per nascondere la propria commozione. Poi invitò il professore a restar servito in casa.
— No, no, caro — rispose il professore, ridendo silenziosamente dell'uscita sui fichi piccoli. — Facciamo due passi, è meglio.