Attraversarono il cortile adagio adagio, uscirono nel vigneto che accavalla i suoi festoni a' due declivii del poggio, e presero la facile salita erbosa fra un declivio e l'altro.

— Una delizia — disse il professore. Fra l'immenso cielo freddo e l'umide ombre del piano l'ultima luce moriva dolcemente sull'erbe grigie della collina, sulle viti rubiconde, sciolte nel riposo. L'aria era tiepida e immobile.

— Tutto vostro, qui? — chiese il professore.

Don Rocco, fosse umiltà, fosse apprensione di un imminente avvenire, tacque.

— Sappiateci stare, figliuolo — continuò l'altro. — Io so, conosco, credetemi; di posti beati come questo non ve n'ha un altro in tutta la diocesi.

— Eh, per me!... — fece don Rocco.

Il professore Marin si fermò.

— A proposito! — diss'egli. — La contessa Carlotta mi ha parlato. Caro don Rocco, dico! Spero bene che non faremo sciocchezze, eh!

Don Rocco si guardava trucemente i piedi.

— Diamine! — prosegui l'altro. — Qualche volta è un tomo la Carlotta, ma stavolta, figliuolo caro, ha ragione. Sapete che io parlo schietto. Voi siete solo a non conoscerle queste cose. Uno scandalo, figliuolo. Tutto il paese che grida.