Quando fu a letto e coricato sul fianco per dormire, gli venne in mente che all'indomani sarebbe arrivata la Lucia. Questo pensiero gliene suggerì subito un altro. Si voltò di colpo a giacer supino.
Si trattava in fatti d'un problema grave. Aveva il Moro parlato della Lucia in confessione o no? Don Rocco si ricordò di non aver fatto osservazione alcuna quando colui, spento il lume, aveva dichiarato di volersi confessare, nè poi quando gli aveva detto: «non si riscaldi che siamo in confessione.» Dunque vi era per lo meno un dubbio grave che si trattasse di vera confessione; e se il penitente l'aveva poi interrotta, ciò non poteva togliere affatto il carattere sacramentale, posto che vi fosse stato; e allora? La Lucia? La risposta alla signora Carlotta? Corpo di bacco! Pareva il caso di Sigismondo. Don Rocco fece alle travi un cipiglio formidabile.
Si ricordava il pereat mundus e gli argomenti di quell'arca di scienza, di quella cima d'uomo del professore. La Lucia non si poteva ora mandar via. Le parole oscure della signora Carlotta gli entrarono finalmente del tutto nel cervello. Doveva andarsene lui: pereat Rochus.
Le ore suonarono all'orologio del campanile. Gli era cara, nella notte, la voce dell'orologio. Il suo ruvido cuore si rammollì un poco e Satana colse il destro di fargli vedere la devota chiesuola con i cipressi attorno, sua, tutta sua, e un certo caro fico sotto il campanile; di fargli sentire la dolcezza delle celle santificate da tante antiche anime pie, la dolcezza di vivere in quella nicchia quieta di S. Luca, così bene adatta all'umile persona di lui, esercitando il ministero dell'opera e della parola senza brighe mondane, senza responsabilità di anime. Satana gli mostrò pure la difficoltà di trovare un discreto collocamento, gli ricordò i bisogni del vecchio padre, della sorella, poveri contadini, l'uno ormai troppo vecchio e l'altra troppo infermiccia per poter lavorare e guadagnarsi il vitto. Finalmente Satana si fece casista e cercò dimostrargli che senza tradire il segreto, si poteva congedar la serva con un pretesto o anche senza; ma a questo suggerimento di approfittare della confessione, don Rocco fece un cipiglio così spaventevole che il diavolo scappò senz'altro. Tenersi la Lucia dunque, e lasciare che ci pensasse lei a mettersi d'accordo col sacro testo: nemo potest duobus dominis servire. Guardate un po' come le sante parole venivano a capello! Don Rocco si studiò di cucire mentalmente insieme gli ultimi periodi del sermone. Era un'impresa troppo faticosa per lui. Ci sarebbe tuttavia riuscito, ma in un passaggio di grande difficoltà cadde addormentato.
III.
Dormì poco e s'alzò all'alba. Prima di scendere si affacciò alla finestra per guardare il tempo. Nel ritirarsi gli cadde sott'occhio l'uscio della cantina. Era aperto.
Don Rocco discese ed entrò in cantina. Ne uscì subito con una faccia straordinaria. Il vino non c'era più. Nè vino nè botte. C'era invece, lì fuori, una traccia fresca di ruote.
Don Rocco la seguì fino alla strada maestra. Là si perdeva. Non ne restava che un breve arco dall'orlo al mezzo della via, al labirinto di tutte le altre rotaie. Don Rocco non pensò lì per lì d'andare in cerca di qualche autorità per denunciare il fatto. Le idee gli venivano adagio adagio; e forse questa non poteva arrivare prima di mezzogiorno.
Tornò invece, meditabondo, a S. Luca. — Quei colpi! — diss'egli fra sè — quella sassata! Per fortuna il Moro era con me, allora; altrimenti si sarebbe sospettato di lui. — Ritornò alla porta della cantina, ne considerò minutamente l'uscio sconquassato, contemplò il posto della botte e, grattatasi alquanto la nuca, se n'andò in chiesa a dire un po' d'uffizio.