Neanche il professore Marin potea facilmente rispondere a un argomento come questo. Potè solo brontolar fra i denti: — che testardo, Maria!
Arrivarono ai pochi cipressi rachitici che coronano il dorso del poggio in faccia ad un valloncello, a un altro poggio più alto. Là sostarono ancora; e il professore che aveva caro don Rocco per la sua semplice bontà e anche un poco per il vario soggetto che gli forniva di amabili celie, se lo fece sedere a fianco sull'erba, tentò un ultimo assalto, cercò ogni via di strappargli le ragioni per cui durava tanto a credere nell'innocenza della Lucia. Non ci fu verso che venisse a capo di nulla. Don Rocco si riferiva sempre al discorso tenuto la sera prima con la signora Carlotta, ripeteva di non poterlo mutare.
— Allora, addio S. Luca, figliuolo — disse, rassegnato, Marin.
Don Rocco battè molto le palpebre ma non fiatò.
— La contessa Carlotta vi aspettava oggi — disse il professore — e voi non ci siete andato. Così ha dato a me l'incarico di dirvi che, se non consentite subito a licenziar la Lucia per il primo dicembre, siete in libertà per l'anno nuovo e anche prima se volete.
— Non potrò partire prima di Natale — disse don Rocco timidamente. — Il parroco ha sempre bisogno d'aiuto in quel tempo.
Il professore sorrise.
— Cosa credete? — diss'egli. — Che la signora Carlotta non abbia un prete bello e pronto? Pensateci che siete ancora in tempo.
Don Rocco si raccolse in sè stesso. Di rado gli accadde far un ragionamento così rapido. Posto che questa donna era causa di scandalo nel paese, che la signora aveva sotto la mano un altro prete, il partito da prendere era ovvio.
— Allora — rispose — partirò il più presto possibile. Mio padre e mia sorella dovevano venire a trovarmi uno di questi giorni. Così invece andrò io da loro.