La Lucia era tornata e aveva tenuto per qualche giorno un contegno insolito e strano. Trascurava il servizio, era aspra col padrone, piangeva senza motivo apparente. Una sera uscì dicendo di voler andare alla parrocchia per le sue devozioni. Alle nove don Rocco, vedendo che non tornava, se ne andò filosoficamente a letto e non seppe mai a che ora avesse rincasato. Si rallegrò bensì il giorno dopo del felice mutamento operato in lei dagli atti religiosi, perchè non pareva più quella, era tranquilla, attenta, premurosa, parlava con soddisfazione della prossima partenza, del collocamento che don Rocco si riprometteva trovarle presso certo arciprete, suo conoscente; una promozione. Aveva poi degli ardori ascetici affatto nuovi. Quando don Rocco si coricava, lei andava in chiesa, vi passava ore ed ore.

E adesso, dunque, don Rocco aveva presa l'ultima cena nel refettorio dei frati, leggeva il breviario per l'ultima volta nella chiesetta di S. Luca, rustica, semplice e devota come lui, dal pavimento alle travi nere del soffitto. Aveva il cuore pesante, povero prete. Partire così dal suo nido, senza onore! Portare umiliazione e amarezza a suo padre e a sua sorella, di cui era tutta la speranza, tutto l'orgoglio! Aveva ben ragione di fare il cipiglio al breviario.

Quand'ebbe finito di leggere, sedette sul banco. Penava a staccarsi dalla sua chiesa. Era l'ultima sera! stava lì con l'occhio immobile, battendo regolarmente le palpebre, accasciato, cupo come una bestia atterrata che aspetta la scure. Avea passato alcune ore del pomeriggio intorno alle sue viti, a quelle piantate tre anni addietro, che gli avean già dato il primo frutto. I grandi cipressi, la splendida veduta del piano e degli altri colli non gli movevano un solo sogno; il suo cuore di contadino s'inteneriva per le belle viti, per i solchi fertili. Aveva preso, arrossendo e vergognandosi, un tralcio di vite e una pannocchia di granoturco per portarseli via come ricordi. Era la sua poesia. Della chiesa non poteva portar via niente. Vi lasciava invece il cuore un po' dappertutto; sull'altare delle sue prime spiegazioni del Vangelo, sulla pala antica che gl'ispirava devozione nel dir la messa, sulla bella Madonna cui era stato rialzato il manto intorno al collo per la sua pudibonda intromissione, sulla tomba d'un vescovo a cui due secoli prima la pace di S. Luca era parsa migliore che gli splendori mondani. Chi sa se avrebbe mai più avuto una chiesa così sua, esclusivamente sua? Non poteva levarsi, si sentiva uno struggimento interno di cui non aveva mai avuto l'idea. Batteva, batteva le palpebre come se battesse via faticose lagrime. In fatto non piangeva ma i suoi occhietti luccicavano più del solito.

Alle nove e mezzo entrò in chiesa, dal coro, la Lucia, a veder del padrone. — Vengo subito, vengo subito, andate là — rispose don Rocco.

Egli si credeva solo in chiesa ma rovesciando il capo all'indietro avrebbe potuto vedere qualche cosa di straordinario. Adagio adagio una testa umana si affacciò al pulpito nella fioca luce del lume a petrolio e guardò giù il prete. Erano gli occhi diabolici del Moro in una faccia ecclesiastica tutta rasa. La testa si venne alzando nell'ombra, due lunghe braccia levarono in aria un violento gesto d'impazienza. Nello stesso punto don Rocco ripetè alla donna esitante; andate là, andate là, vengo subito.

Ella uscì.

Allora il prete si alzò del banco e salì all'altar maggiore. La figura umana del pulpito ridiscese, si nascose rapidamente.

Don Rocco si voltò, stando in cornu epistolae, ai banchi vuoti, se li figurò pieni di popolo, del suo popolo d'ogni domenica, e uno spirito di eloquenza entrò in lui.

— Vi benedico tutti — diss'egli, forte. — Vorrei che foste presenti, ma non posso, perchè non si deve saper niente. Vi benedico tutti e scusate se ho mancato. Gloria Dei cum omnibus vobis.

La tentazione fu, per qualcuno, troppo forte. Una voce cavernosa risuonò nella chiesa vuota.