— Pregherò i signori che m'hanno accompagnato, di restituire l'anello domattina — disse il cieco. — Intanto è mio dovere esprimere la mia gratitudine a questi signori.
Si fece condurre al piano e cominciò a tempestarvi su il suo pezzo di ringraziamento, mettendo in fuga la gente, che andò a passeggiare e a commentare l'accaduto nella sala vicina. La signora Fedele, l'allievo del Conservatorio, il giovinetto Prina e io eravamo soli presso al piano.
— Sento che la sala è vuota — disse lo Zuane cessando dal suonare. — Vi è qualcuno presso di me?...
— Sì, sì — risposi.
— Ah, quel signore veneto — diss'egli. — Io sono stato poco gentile, stasera, e devo almeno a lei qualche spiegazione.
Stavo proprio sulla brage e protestai di non volere spiegazioni; ma quegli insistette e la signora mi scongiurò, in silenzio, a mani giunte, con un viso disperato, di lasciarlo parlare. Guardai involontariamente gli altri che intesero e piano piano, molto a malincuore, se ne andarono.
— Non potevo prendere del denaro guadagnato da lei, capisce — disse lo Zuane. — È mia nipote, l'ho allevata io, l'ho educata io. Una cosa orribile! Mi ha tradito.
Soffrivo inesprimibilmente, mi pareva d'essere un traditore io stesso, a permettere ch'egli parlasse così davanti a lei; ma ella lo voleva. Aveva voltato il viso alle finestre, adesso. Chi ci spiava dall'altra sala poteva credere che guardasse la luna e la tormenta. Dio, perchè si ostinava a star lì? Le toccai leggermente una spalla. Ella m'indovinò, negò del capo con la stessa muta energia di poc'anzi.
Lo Zuane tacque un poco, aspettandosi forse qualche domanda. Poi riprese:
— Quell'anello mi era caro, una volta; adesso no, adesso no!