Io lo interruppi, gli offersi di accompagnarlo a casa, dove la signorina Lisetta stava forse in angustia. Potrebbe parlarmi per via se volesse.
— Sì sì — rispose senza muoversi — ma del resto è presto detto. Tutte le miserie che si possono soffrire in terra io le ho sofferte dodici anni perchè questa creatura diventasse artista. Ella lo aveva promesso fin da bambina, prima a Dio poi alla Madonna — ogni artista è credente, signore! — E lo diventava. Grande artista! Io morivo di fame e di consolazione, signore. Ebbene, viene un giovane, un ricco, uno che non sa cosa sia l'arte, uno che dice: ti sposo, ma niente scena, ma niente grandezza, ma niente gloria. E allora si dimentica Dio, si dimentica la Madonna, si dimentica tutto, signor mio, si spezza il cuore a questo vecchio. Non basta.
— Insomma, signor Zuane — esclamai, non potendo più reggere — è tardi, andiamo.
— Non basta — prosegui egli alzandosi. — Il marito muore, perchè lassù, capisce, vi è una giustizia.
La povera signora, sopraffatta, giunse le mani.
— Dio, questo no! — diss'ella.
Non potrei raccontar bene ciò che seguì in quel punto. Forse nessuno lo potrebbe. So che lo Zuane gridò, che accorse gente, che vi fu un tafferuglio, che il cieco fu condotto via, che la Fedele mi scongiurò di accompagnarla fuori subito subito, all'aria, alla solitudine.
La tormenta non soffiava più, ma il freddo era pungente. La guglia del Piz Vogel fumava ancora di neve. Ci avviammo in silenzio dall'altra parte, verso la luna e l'orizzonte basso, largo, tutto dentellato, fra due grandi montagne argentee, di punte nere d'abeti. Di là dalla villetta dell'ingegnere C. faceva meno freddo; la mia compagna rallentò il passo.
— Mi perdoni — diss'ella — se Le reco tanto disturbo. È la prima e l'ultima volta, sa. Non mi vedrà più, mai più. Domani spero che avrà la carità di fare ancora qualche piccola cosa per me e poi non udrà neppure più il mio nome. Mai più. Fedele è il mio nome di battesimo. Non posso esser altro che fedele.
Su queste ultime parole la sua voce si abbassò, quasi si spense, come se avessero qualche triste senso nascosto. Le vidi brillare gli occhi di lagrime. «Non mi vedrà più, non udrà più il mio nome». Perchè diceva così? Cosa voleva fare? Mi si stringeva il cuore. Doveva soffrir tanto, pover'anima delicata, e mi si rivelava così pura! Con quel viso, con quella voce, con quel tenero nome insolito, mi pareva una delle creature che si amano in sogno.