— Monsignore parla benissimo — disse egli — e mi meraviglio di voi che non le abbiate mai capite, certe cose.
— Basterebbe l'affare dello spiritismo — osservò a mezza voce il vecchio conte Dalla Carretta, rivolgendosi con un sorrisetto al canonico, per confortarlo.
— Euh! — disse questi, alzando gli occhi e le sopracciglia. — Io non parlo.
Una zitellona della compagnia chiese, facendo l'innocente, se Torranza fosse proprio spiritista. Il canonico, che non voleva parlare, si sfogò. — Spiritista fanatico, era. Aveva una biblioteca di pubblicazioni tedesche, francesi, inglesi, americane sullo spiritismo. Stava traducendo un libro di un certo Fechte o Fochte o Fichte, pieno di quelle minchionerie.
— Sì capisce che Lei non lo ha letto — interruppe Bianca.
— Sta a vedere — saltò su il sior Beneto — che mi diventate spiritista. Vorrei vedere anche questa.
Bianca fu per dare a suo padre una risposta audace e pungente. Si contenne e rispose solo che non amava i pregiudizi di nessun colore.
— Adesso gli potremo dare la prova, allo spiritismo del povero Torranza — osservò un signore — perchè, e questo l'ho udito io con le mie orecchie da Pedrocchi, egli diceva che dopo morto si sarebbe fatto sicuramente vedere e intendere da qualcheduno.
Beneto nitrì una risata gutturale, a bocca chiusa.
— Gesummaria, papà! — disse la contessina Dalla Carretta al suo genitore.