Pensai che mi avesse riconosciuto, che forse mi credesse complice dell'inganno. Guai se credeva questo, lei, col suo carattere! Non c'era da sperar più nella pace. Voltai il canotto, silenziosamente, per ricondurla all'approdo. Ero ben risoluto di parlare, ma solo quando ella fosse libera di scendere, di lasciarmi. La luna usciva brillante di sotto un nuvolone: entrai nell'ombra del muro di cinta.
— Vi sono altri forestieri qui nel castello? — chiese Antonietta colla stessa voce di prima. Eravamo a una trentina di metri dall'approdo. Non risposi. Ora avrei dovuto voltar il capo verso di lei per approdar bene. Remavo adagio, adagio, il cuore mi batteva in tutto il petto. Antonietta non ripetè la sua domanda. L'angolo del muro di cinta mi comparve a fianco, era lì che dovevo approdare. Trassi di un colpo i remi nel canotto e balzai in piedi voltandomi a lei che si rizzò in un lampo e fece l'atto di slanciarsi a terra.
— In nome di Dio — esclamai stendendole le braccia — non sapevo niente! Mi crede, mi crede? Non è possibile che non mi creda!
In quel punto il canotto urtò la riva. Antonietta non parlò nè si mosse.
— Esci, se vuoi — proseguii tra l'angoscia e la speranza, giungendo le mani. — Proibiscimi di seguirti, di parlarti, ma credi!...
— Se non lo sapeva — interruppe Antonietta — perchè questa commedia?
Saltai a lei, le afferrai una mano ch'ella nè mi abbandonò, nè mi tolse, le raccontai con affannosa fretta quello ch'io pensavo allora essere uno scherzo di Chieco, le parlai del mio folle orgoglio distrutto dal dolore, dell'ardente speranza che mi riprendeva, della vita mia ch'era in sua mano, come anche l'anima, forse! Ebbro di gioia sentii quella mano cedere, cedere; potei stringere fra le mie braccia la dolce fidanzata che nulla, neppure la morte, potrà mai più interamente dividere da me.
Mi disse che avea creduto riconoscermi al mio primo «non lo so», ma che n'era stata sicura solo quando non avevo risposto alla sua domanda. Vinsi così presto perchè la mia lettera, arrivata a Saint Vincent, quando Antonietta n'era partita per non trovarvisi bene, l'aveva raggiunta, dopo lunghe peregrinazioni, a Comano, la mattina di quel giorno stesso. Le proposi di restare in barca, di pigliare ancora il largo. Non le parve conveniente; e neppure ch'io, mutata qualità, l'accompagnassi al ballo. Ma prima di andarsene dovette pur dirmi qualche cosa di Chieco. Egli le aveva infatti parlato d'amore; trivialmente, sulle prime, a modo suo; più tardi con una serietà e una passione di cui Antonietta aveva creduto capace il violoncello, ma non l'uomo. Respinto in tutti i modi, le aveva detto male di me, scandagliando il terreno, giurando che non si sarebbe fatto alcuno scrupolo di prendere ciò che io non avevo saputo tenere. A questo punto Antonietta gli aveva chiuso la bocca con due parole asciutte cui egli dichiarò di accogliere come il turacciolo del fiasco, soggiungendo però che farebbe vedere alla signora chi fosse Chieco, che testa e che cuore.
— Aveva ragione — disse Antonietta abbracciandomi dopo il suo racconto. — Ci ha intesi molto bene ed è stato molto buono. Ed ora vado, sai.
— Va va — risposi trattenendola più forte che potevo.