— Signor padrone, — disse la serva entrando, — Le ho portato il caffè.

L'avvocato non si scosse se non quando si vide il vassoio davanti.

— Portatene due — diss'egli sottovoce.

La serva disse che ci aveva pensato, ma che la padrona era uscita con le chiavi, ed ella non aveva altro caffè. Allora il povero uomo, avvezzo da cinquant'anni a quel caffè pomeridiano, lo offerse con un gesto a Marcòn, che ringraziò e allungò sorridendo le mani al vassoio, malgrado gli occhiacci della serva.

— Comanda che ne pigli un altro al botteghino? — chiese costei al suo padrone. — Devo anche uscire, adesso.

— No, Tonina, no — sospirò Vasco, dolcemente. — Piuttosto fate un po' di fuoco qui.

La serva si mise all'opera, ma forse pensando ad altro, per cui Marcòn, dopo due o tre occhiate oblique, dopo due o tre sordi brontolii gutturali le disse:

— Cara lei, si sbrighi.

In quel punto la fiamma brillò e la donna si alzò dal caminetto, prese il vassoio dispettosamente e se ne andò sbattendo l'uscio con un colpo tale che Marcòn fece «ohe!».

— Senta — diss'egli poi. — Faccio, naturalmente, il mio interesse, ma son di carne anch'io, ho cuore e mi ripugna di venire a certi passi con una degna persona come Lei. Guardi se non ci potessimo accordare amichevolmente. Ella ha forse qualche oggetto prezioso, qualche gioiello di famiglia, non so, delle argenterie...