— Oh nossignore... cioè sissignore, ma un libro di nessun conto o almeno di poco conto. Noialtri si direbbe «un pestalardo».
— È un Ariosto, però, vedo. Un gran poeta, capperi. Potrebbe valere dei bei denari se non fosse così sporco. Lo ha inzuppato nella cioccolata?
— Sporchissimo — rispose Vasco, rasserenandosi alquanto. — Cosa vuole? Rovinato.
Adesso Marcòn tolse gli occhi dal libro e li piantò in viso al suo sciagurato debitore; due occhi lucenti di una bonarietà maliziosa.
— Quanto Le pare — diss'egli — che possa valere in questo stato?
All'avvocato Vasco mancarono il cuore e le gambe. Dovette sedersi.
— Non saprei — rispose — non saprei. Cosa vuole? Per me ha un valore relativo, un valore di affezione.
Gli parve una buona uscita, questa. Le rughe della sua fronte, gli angoli della bocca non posavano un momento. I miti occhietti infantili, intenti al fuoco, comparivano e scomparivano sotto il battere delle palpebre.
— Bene — disse Marcòn — non Le ho detto che ho buon cuore? Faccio una minchioneria, adesso. Prendo l'Ariosto, vado a casa e Le mando la cambiale.
— Lei ha letto! — esclamò l'avvocato con voce soffocata levandosi in piedi e appuntando a Marcòn l'indice tremante della destra. — Lei ha letto! Ma non si porterà mica via il libro, capisce? Nossignore che non lo porterà via!