Il suo testone oscillava convulso, negli occhietti brillavano, sotto il battere delle palpebre, due lagrime.
— Le dico la verità, avvocato — disse tranquillamente Marcòn — avevo sempre pensato ch'Ella fosse un galantuomo.
— E non lo sono? — esclamò Vasco.
— Ecco — rispose il notaio — non so se un galantuomo cercherebbe, come Lei, di frodare i creditori.
L'avvocato guardò il suo avversario con orrore e terrore, cadde sulla sedia. Due o tre singhiozzi lo scossero tutto.
— Non volevo frodar nessuno — diss'egli a bassa voce e senza guardare Marcòn. — Volevo che quel libro restasse qui sino alla mia morte. Pensavo che, morto io e conosciuta quella carta, un poco per il merito del libro, un poco per la memoria di questo povero vecchio, o il Municipio, o i cittadini, o cittadini e Municipio insieme avrebbero riscattato il libro dai creditori, e resterebbe nel mio paese un ricordo del mio nome, di quei pochi studi che ho potuto fare. Ma se Lei mi crede capace di voler frodare i creditori, eccolo là il libro, se lo prenda se lo porti via.
— Ma non intende, caro avvocato, — esclamò Marcòn — che Lei mi deve ringraziare? Di un libro in quello stato prendere duemilacinquecento lire?
Ciò detto Marcòn prese l'Ariosto.
— Avvocato, servitor suo — diss'egli.
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