Vasco non seppe alzarsi nè articolar parola, nè fare un cenno. Era come istupidito e non si mosse che al terzo appello dell'hippopotamus maior incagliato con la sua preda sulla porta.
— Cos'è questo imbroglio? — brontolava colui girando e rigirando inutilmente la maniglia dell'uscio. — Cos'è questa faccenda? La scusi, avvocato. Favorisce, avvocato? Avvocato, dico!
L'hippopotamus minor capitò barcollando, si studiò inutilmente di aprire e mise quindi il naso alla toppa, esplorò. L'altro gli pendeva sopra, enorme, palpitante di aspettazione.
— È chiuso per di fuori — mormorò Vasco, rialzandosi. — La donna ha forse dato un colpo troppo forte e allora succede spesso così.
— Suoni — disse Marcòn.
Vasco suonò due, tre, quattro volte. Nessuno comparve. Marcòn diede allora una tale strappata al campanello che ruppe il cordone.
— Adesso è finita — sospirò l'avvocato.
— Chiami! Gridi! — esclamò l'altro. Il pover'uomo ritornò all'uscio, vi appoggiò la testa e si provò di metter fuori un po' di voce, ma non aveva fiato.
— Cosa vuole che sentano? — gridò, infuriato, Marcòn. — Aspetti me.
E, posato il libro, si diede a mugghiare con il suo vocione bovino, assestando di gran colpi all'uscio fra una chiamata e l'altra, con la mazza. Ma la padrona stava al confessionale, dicendo male di suo marito; e la serva stava da un tabaccaio dicendo male del notaio Marcòn.