— Gran villano, mio Dio! — disse.
II.
Era un'umida, nuvolosa notte di novembre. Il piccolo don Rocco arrancava verso il suo romitaggio di S. Luca a scosse di passi sgangherati, tutto d'un pezzo, le braccia in parentesi, la schiena in arco, facendo Dio sa qual cipiglio alla ghiaia della strada maestra. Ruminava le parole oscure della signora Carlotta, la cui gravità gli entrava adagino nel cervello grosso. Ruminava pure la prossima congrega, il pereat mundus e le sottili ragioni, mal capite, del professore; e anche la spiegazione del Vangelo per l'indomani, che non era ancora ben pronta. Tutta questa roba gli s'impasticciava qualche volta insieme nella testa. Non si doveva condannare la innocente Lucia, pereat mundus. La signora Carlotta era quasi una padrona per lui; ma quell'altro gran padrone? Nemo potest duobus dominis servire; così, fratelli dilettissimi, l'odierno Vangelo.
Aveva anche perduto al terziglio, povero don Rocco, come sempre; e ciò gli tingeva un poco di grigio le idee malgrado la sua proverbiale trascuranza di ogni interesse mondano. Quel buco nella tasca, quella goccia continua gli dava pensiero. Non sarebbe stato meglio fare elemosina?
«C'è di buono» pensava «che mi secco e tutti mi strapazzano. Non giuoco mica per piacere».
Ecco a sinistra della via uno scuro d'alberi, un ascender lento di questa oscurità informe a tre grandi cipressi ineguali, neri sul cielo. Là tra i vecchi cipressi posa la romita chiesetta di San Luca e, addossato a lei, un piccolo convento, vuoto da cento anni. Il breve poggetto inghirlandato di viti non porta altre case. Nè dal convento nè dal prato che regge la chiesetta vegliata dai cipressi si scorge la via maestra, ma solo altri poggi gai di vigneti, di ville e case campestri, isole d'un immenso piano che va da colline più lontane alle alpi, e sfuma a levante nei vapori del mare invisibile. Il semplice cappellano della signora Carlotta viveva solo nel convento come un sacerdote del silenzio, contento della magra prebenda, contento di predicare a più non posso nella sua chiesetta, di esser chiamato il giorno a benedire i fagiuoli e la notte ad assistere i moribondi, di coltivarsi le viti con le proprie mani; contento di tutto, insomma; anche della serva, una brutta zitellona sui quarant'anni, a talento della quale mangiava, beveva e vestiva rassegnatamente, senza scambiare con essa dieci parole l'anno.
— Se la mando via — diceva tra sè, passando fra le alte siepi della stradicciuola che sale dalla via maestra a San Luca — è un danno, è un disonore per lei. Non posso in coscienza, perchè son sicuro, caspita, che non è vero niente. Col Moro, poi!
L'orologio del campanile suonò le undici, don Rocco pensò alla predica, di cui un buon quarto era ancora da scrivere, e traboccò giù in furia dal prato della chiesa al portone del suo cortile, affondato lì presso, sotto il campanile, in capo a un viottolo scosceso. Aperse il portello, attraversò a mezzo il cortile e si fermò su' due piedi. Una fioca luce usciva dalle finestre del suo salotto, l'antico refettorio dei frati, a pian terreno.
Don Rocco era uscito alle quattro per andar a parlare con la contessa Carlotta e non era rientrato più. Non poteva aver dimenticato il lume acceso. Doveva esser tornata la Lucia, dunque, prima di quel che aveva promesso; certo, certo. Non affaticò il suo cervello in altre supposizioni ed entrò in casa.
— Siete voi, Lucia? — diss'egli. Nessuno rispose. Entrò nel vestibolo, s'affacciò alla cucina, rimase lì, immobile, sulla soglia.