— Grazie — rispose. — Vado a metter giù il tabarro e torno subito.

— Lo metta giù qui il tabarro — replicò il Moro non senza una certa fretta, una nuova imperiosità, che piacquero pochissimo a don Rocco. Egli depose silenziosamente sulla tavola il tabarro e il cappello e sedette sotto la cappa del camino, a fianco del suo ospite.

— Mi scuserà se ho fatto un po' di fuoco — riprese questi. — È una buona mezz'ora che son qui. Credevo che Lei fosse in casa a studiare. Non è sabato, stasera? Avrà bene a dire, domattina, le solite quattro minchionerie ai villani!

— La spiegazione del Vangelo, vorrete dire — rispose vivamente don Rocco, che su quel terreno lì non conosceva paura.

— Lei capisce le cose in aria — disse il Moro. — Mi scusi, son villano anch'io, si parla alla buona, ma con rispetto. Vuol favorirmi una presa?

Don Rocco gli porse la tabacchiera.

Da trozi? — fece l'altro con un'occhiata d'intelligenza. Da trozi ossia da sentieri chiamano in quel paese il tabacco che entra di furto nello Stato.

— No — rispose don Rocco alzandosi. — Forse ne posso avere un poco di sopra.

— Lasci stare, lasci stare — s'affrettò a dire il Moro. — Qua, qua.

E affondate tre dita nella tabacchiera, vi attinse una libbra di tabacco e se lo fiutò a piccole riprese, contemplando il fuoco. La fiamma moribonda gl'illuminava la barba nera, il viso terreo, gli occhi vivaci, intelligenti.