— Nossignore — diss'egli. — Lei non se ne va. Non posso morire stanotte io? Non basta che il Signore mi soffii su, là, così?
Soffiò sul lumicino a petrolio e lo spense.
— E se vado all'inferno — continuò con voce cupa nelle tenebre — ci viene anche Lei, sa!
Il povero prete, a quell'improvvisa violenza, a quel buio, perdette la tramontana, non sapeva più in che mondo si fosse, ripeteva «andiamo, andiamo!» cercando il canapè a tentoni, urtando l'aria con le palme distese. Il Moro si accese uno zolfanello sul braccio e don Rocco ebbe una visione della tavola, delle seggiole, del suo strano penitente prima che il buio tornasse più nero di prima.
— Ha veduto? — disse colui. — Adesso incomincio; dal peccato più grosso. Sono quindici anni che non vado a confessarmi, pure il peccato più grosso è questo, che ho fatto all'amore con quella brutta figura della Sua serva.
— Corpo di bacco! — fece don Rocco involontariamente.
— Se son pratico della cucina — continuò il Moro — è perchè sarò venuto qua cinquanta volte, la sera, quando Lei non c'era, a mangiare e bere con la Lucia. Lei forse si sarà anche trovato a mancare qualche lira...
— Non so niente, no, non so niente, no — borbottò don Rocco.
— Qualcuna di quelle poche lirette del suo cassettone, primo cassetto a sinistra in fondo.
Don Rocco mise una sommessa esclamazione di sorpresa e di dolore.