— Non romper l'anima — diss'egli — che ti darò un soldo anche a te.

— La mamma ha male — singhiozzò il ragazzo disperatamente. — La mamma ha il colèra!

La contessa diè un balzo, menò l'ombrellino, con un pauroso viso di follìa, sulle spalle del cocchiere.

— Via! — gridò. — Via! Via subito!

Quegli frustò i cavalli che s'impennarono con fracasso e presero tosto il galoppo. Il Sindaco fu appena in tempo di scansarsi, il conte fu appena in tempo di gittar a quell'uomo una manciata di soldi che si sparpagliarono a terra. Il ragazzo smise di piangere, l'uomo non si mosse, guardò dietro alle ruote scintillanti, agli ombrellini grigi, che si allontanavano rapidamente nella polvere, e disse fra i denti:

— Maledetti porci di signori.

Il Sindaco se n'andò quatto quatto, facendo le viste di non aver inteso.

Colui era di statura e d'età mezzana, magro e livido in viso, con una sinistra guardatura di malvivente. Gli abiti gli cadevano a brandelli come a suo figlio. Gli fece raccattare i soldi e poi si avviò a casa con lui.

Abitava, nel cortile di una fattoria della contessa, un tugurio di mattoni sgretolati, senza intonaco, fra il letamaio e i porcili. Un fossato nero di putridumi senza nome, gli puzzava sulla porta, sotto un pezzo d'asse marcia, buttato là per ponte.

Si entrava in una caverna nera, lurida, senza pavimento, con un focolare di mattoni, tutto smozzicato all'ingiro, incavato nel mezzo dalle ginocchia villane di chi gli faceva cuocere la polenta. Una scala di legno, mancante di tre scalini, saliva alla camera, fetida di miseria e di vecchiume, dove padre, madre e figliuolo dormivano in un letto. Presso al letto si guardava giù, per il pavimento sfondato, in cucina. Il letto stesso era stato tirato per isghembo al solo posto dove, quando pioveva, non battessero le gocce dal tetto.