Allora anche la miserabile, sola come una bestia carbonchiosa sulla paglia già infetta, prima di partire per il mondo sconosciuto, pregò. Pregò per l'anima propria con umile contrizione, convinta di aver molto peccato benchè non avesse a ricordar come, torturata da questa impotenza. Venne, mandato dal sindaco, il dottore, che aveva paura; la vide spacciata, disse: — rhum, nè marsala, già non ne avete — le ordinò dei mattoni caldi sullo stomaco, pose il sequestro e partì. Venne il prete, un cappellano che non aveva paura, le disse rozzamente, con la tranquillità dell'abitudine, ciò che chiamava le solite cose, oscurandone, con la sua parola, il divino; che, guasto com'era d'ignoranza e d'inopportune durezze, pure empì di sereno e di luce la moribonda.

Compiuta l'opera sua, anche il prete partì. Mentre il marito, levatole di sotto le spalle poche manate di paglia, aveva acceso il fuoco per riscaldare i mattoni, la donna pregò ancora, per i suoi; non così fervidamente per il fanciullo come per l'uomo cui aveva perdonato tanto e ch'era sulla via della perdizione eterna. Finalmente, baciando il crocifisso, un movimento del cuore le ricordò la persona da cui le veniva.

Glielo aveva regalato, sedici anni addietro, per la sua cresima, la contessa; la padrona della splendida villa dov'era una gioia di vivere e del tugurio immondo dov'era una gioia di morire. La contessa era una bambina in quel tempo e avea donato il crocifisso alla figliuola del bifolco per suggerimento di sua madre, della contessa d'allora, una mite donna, morta da un pezzo e non dimenticata dalla povera gente.

La moribonda si era confessata d'aver pensato male dei padroni, e anche d'averne qualche volta mormorato, facendo consentire suo marito a bestemmie, perchè, malgrado suppliche e suppliche, mai non le avean fatto riparare il tetto nè il pavimento, nè la scala, mai non le avean fatto mettere le impannate alle finestre. Adesso si pentiva, si ricordava della buona padrona vecchia, domandava perdono, nel suo cuore, al signor conte e alla signora contessa, pregava Dio e la Madonna per essi.

Nello stesso momento in cui l'uomo le posò sullo stomaco i mattoni, che scottavano, ella ebbe una contrazione, uno spasimo di tutto il corpo e spirò.

Egli le buttò della paglia sul viso nero, le tolse, a stento il crocifisso di mano, e se lo cacciò in tasca, brontolandogli come ad un buono a nulla; — per quello che le hai fatto, Cristo! — e tacendo il resto del suo pensiero. Ma nè lui sapeva nè noi sappiamo che avesse fatto il piccolo crocifisso tante volte baciato e invocato dalla poveretta; ancor meno sappiamo quale occulta benedetta via potrebbe fare in avvenire il pensiero pio, nato nel cuore di una vecchia dama, disceso a una bambina innocente e quindi risalito in gratitudine, riacceso in preghiera dentro uno spirito vicino e caro alla Infinita Pietà.

Quella sera stessa i servitori che dovevano andare a casa in licenza durante il viaggio del conte e della contessa, si ubbriacarono, nel salotto della villa, di marsala e di rhum.

La visita di Sua Maestà

Il 12 dicembre 1873 S. A. R. il Principe Reggente ritornò a Corte da una partita di caccia verso le due pomeridiane. Il conte B., Presidente del Consiglio, lo attendeva ed ebbe subito con lui un colloquio che non durò meno di venti minuti. In seguito a questo colloquio S. A. R. si recò immediatamente negli appartamenti della Principessa Guglielmina, sua moglie. Due dame d'onore che erano presso l'augusta Signora, vedendo entrare S. A. R. in abito da caccia e con un viso molto serio giudicarono che vi fosse qualche novità e si ritirarono. Allora il principe domandò a sua moglie se sapesse che il senatore H. era agli estremi. Certo lo sapeva; la Corte mandava tre volte al giorno a casa H. a prendere notizie.

«Ebbene, — disse il Principe, — il conte B. vuole ch'io ci vada.»