Il senatore H., illustre storico e filosofo, era considerato una gloria nazionale. Fiero repubblicano nella sua gioventù, nemico quasi personale del Re, si era poi riconciliato, per effetto, sopratutto, d'una vanità smisurata, con la monarchia, ma senza modificare le sue idee filosofiche e religiose, abborrite dalla pia Principessa Guglielmina.
«Naturalmente tu non ci andrai» — diss'ella. S. A. R. s'irritò moltissimo e rispose che ci andrebbe. In fatto egli non avrebbe voluto andarci e si era difeso a lungo contro il suo ministro. Non sapeva apprezzare il valore intellettuale di H. Quella sua clamorosa incredulità gli era antipatica e le ingiurie scagliate contro il defunto suo augusto fratello gli erano rimaste fitte nel cuore, anche dopo la conversione del filosofo alla monarchia. Ma S. A. era debole e non aveva saputo resistere al ministro che gli parlava di un onore da rendere a H. in ossequio al sentimento nazionale, del pericolo che un rifiuto fosse attribuito ad influenze clericali: perchè questa visita era stata, incredibile a dirsi, sollecitata segretamente dagli amici e dagli aderenti del moribondo. Il Principe, malcontento di aver ceduto, si adirava ora con sua moglie appunto perchè ella gli parlava come la sua propria coscienza: mentre egli era venuto da lei con la speranza dell'opposto. Si sfogò a dirle che le donne proponevano sempre vie molto semplici, ma che la questione era complessa, che il perdono delle offese era poi anche un atto cristiano, che una buona moglie avrebbe dovuto meglio apprezzare la sua posizione delicata e difficile davanti al ministro e al pubblico. La Principessa lo rimbeccò vivacemente e finì con dirgli che se si fosse trattato di ***, il suo scrittore favorito, il Principe Reggente non si sarebbe sicuramente mosso di casa.
«Quello è un galantuomo, — rispose il Principe. — Al suo letto di morte vi sarà Domeneddio. Quest'altro si contenterà di me.»
Ed ordinò ad un aiutante di far subito dire a casa H. che S. A. R. ci sarebbe andato alle quattro.
La Principessa Guglielmina, appena fu sola, fece chiamare in fretta un canonico della Cattedrale, ch'era il suo elemosiniere privato e il suo segreto agente nei molteplici affari di coscienza cui S. A. R. alquanto tracassière en bien, secondo la frase di Chamfort, amava immischiarsi senza ricorrere al grande elemosiniere di Corte. Ella volle sapere dal canonico se l'Autorità ecclesiastica avesse tentato o fosse per tentare qualche cosa presso H. che nella sua prima giovinezza era stato credente e aveva note relazioni d'amicizia con un vescovo. Il canonico disse che la Curia aveva fatto qualche passo, ma inutilmente. Quand'anche il moribondo avesse avuto buone disposizioni, non sarebbe stato possibile di giungere a lui, tanto era guardata la sua anticamera dal nemico. La principessa si sdegnò di questa rassegnazione e osservò che Iddio può aiutare contro migliaia di guardie, ma che i suoi ministri non debbono smarrirsi d'animo. Allora il canonico, forse alquanto punto, mostrò di farsi animo a dire una gran cosa e confidò a S. A. che, ad insaputa dell'Arcivescovo e della Curia, un prete avrebbe tentato di penetrare nella prossima notte presso l'infermo, pigliando il posto della infermiera con la quale era stata già presa ogni intelligenza opportuna. La Principessa battè le mani. E chi era questo prete? Forse egli stesso? No, era il tale, un gran sollecitatore di elemosine, che la Principessa conosceva, un sant'uomo, corto di cervello, entusiasta, imprudente, uno che vedeva miracoli dappertutto e ne aspettava ogni momento. S. A. fu mediocremente soddisfatta della scelta, ma quando seppe che scelta non c'era stata, perchè il prete aveva detto lui a un amico di voler far questo colpo, ella si acquietò all'osservazione del canonico che ogni più disgraziato strumento può diventar buono in mano di Dio.
***
A casa H. la gente andava e veniva come nel palazzo di un principe fallito dove si tenesse una asta colossale. Infatti molti vanitosi, avidi di riputazione per lusso e molti figuri avidi di riputazione per necessità, venivano lì a pigliarsene un pezzo a buon mercato dicendosi amici del grand'uomo, il quale, del resto, se possedeva un amico nell'Episcopato cattolico, ne contava poi troppi altri nel laicato canaglia; amici questi della sua gioventù ribelle, che, salendo lui in fama, gli si erano appiccicati a' panni per modo ch'egli, pur desiderando levarseli d'attorno, non vi era riuscito mai.
Nella stanza del malato e in un salotto vicino aveva posto il suo quartier generale uno stato maggiore di questa gente, i più audaci, i più violenti, i più famigerati, tutti bigotti dell'ateismo. La timida famiglia del professore, una sorella e un cognato, era stata messa da parte quasi colla violenza e coloro avevano preso possesso di H. come di una loro proprietà. Avevano fatto sostituire il medico ministeriale ad un professore radicale e avevano proibito di lasciar entrare preti; nè frati, nè suore. Ricevevano e aprivano i telegrammi, facevano pubblicare i bollettini; si facevano accendere gran fuochi nel caminetto e si ristoravano spesso col porto o col marsala e col cognac di casa. Uno si arrischiò una volta a fumare, ma questo non fu ammesso dalla maggioranza. Si erano tanto compenetrati nella persona del loro illustre amico che, rispondendo a chi domandava notizie di lui, usavano sempre il nominativo plurale, dicendo: «stamattina andiamo meglio, stasera stiamo peggio,» fino a che fosse venuto il momento di dire: «siamo morti».
H. aveva una paralisi cerebrale, non gli restava che un barlume d'intelligenza. Si scuoteva solo quando gli dicevano che la Corte o i grandi Corpi dello Stato avevano mandato a chiedere notizie, che erano giunti telegrammi di personaggi importanti, che i giornali si occupavano della sua malattia facendo voti per la sua guarigione ed esprimendo quelli del popolo intero. Allora il senatore balbettava con viso ebete: «Ah, la Corte» «Ah, il Senato» «Ah, la Camera.» Per gli altri non veniva che un piccolo gemito sordo. Quando arrivava uno di questi messaggi, uno di questi articoli, persino l'amico che sturava la bottiglia di cognac e l'altro amico che attizzava il fuoco nel caminetto si sentivano crescere di valore e di maestà. Venivano anche parecchie signore per contendersi la gloria di dare a H. un pezzetto di ghiaccio e si guardavano con occhi altrettanto duri e freddi; ma verso mezzanotte non restava più in camera dell'ammalato che la sua vecchia infermiera.
Gli amici avevano fatto pressione per mezzo di deputati sul Presidente del Consiglio onde avere l'estrema unzione del Principe Reggente e ci erano riusciti, come s'è visto. Prima delle tre un aiutante venne ad avvertire la sorella ed il cognato di H. che S. A. R. sarebbe venuto alle quattro. Gli amici diedero subito la notizia all'ammalato con un breve preambolo che ne togliesse il significato lugubre. Ma H. non lo poteva ad ogni modo più intendere e solo la sua vanità moribonda si rianimò a questa violenta speronata. «Ah, il Principe» balbettò e i suoi occhi si ravvivarono.