Le quattro gambe nere che uscivano dalle due poltrone verso il caminetto non si mossero e l'infermiera raggiunse senz'altre peripezie la camera del suo malato. Lì faceva ancora più scuro. Un lumicino da notte ardeva fra le invetriate e le imposte, velato dai cortinaggi. L'infermiera si guardò attorno un momento come se non riconoscesse il letto, guardò l'infermo che dormiva ancora, e, senza levarsi lo scialle, si mise a pregare fervorosamente con sommesse e frettolose parole.
Dopo dieci minuti il malato mise un sospiro. Allora la finta infermiera si alzò, si chinò sopra di lui e lo chiamò con impeto soffocato:
«Senatore! Senatore!»
Quegli aperse gli occhi torbidi e girò il capo verso la voce. «Una visita, senatore! Una visita!» «Sua Maestà?» balbettò il senatore. «Sua Maestà?» e tentò di alzare il capo. «Sì, sì, Sua Maestà!» fece il piccolo prete prendendo subito l'accento dell'entusiasmo.
Gli occhi del senatore si accesero.
«Il Re? Il Re?» diss'egli.
«Dio!» rispose il prete. Lo scialle grigio gli cadde dalle spalle nell'atto che, levandosi dal petto un crocefisso, egli lo alzava con le mani congiunte alzando anche il viso nello slancio del suo zelo incauto. «Sua Divina Maestà, Dio grande, Dio misericordioso che Le apre le braccia, che La chiama, che manda me, suo ministro...» Quando aveva detto «Dio!» le coltri si erano agitate come se il giacente fosse stato preso da una convulsione. Quando disse «suo ministro» lo interruppe una voce gutturale, strana, paurosa. Ogni moto delle coltri cessò. Il prete esterrefatto guardò H. Era morto.
Il nome di Dio lo aveva colpito ed ucciso in pochi secondi. Essi bastano per lasciare una pia speranza alla Principessa e a noi; ma il canonico non può dire se il disgraziato, troppo semplice prete, sia stato nelle mani di Dio uno strumento di pietà o uno strumento di collera e di giustizia.
L'Orologio di Lisa
Io ero creditore, nel 1877, di circa trentamila lire verso la nobile famiglia Vicarelli di Battaglia, che da un'antica floridezza veniva cadendo, per eccessive spese e per mala amministrazione, in rovina. Da due anni non toccavo un soldo d'interessi. Pazientai, pregai, sollecitai; finalmente, spintovi dalle strettezze del mio modesto bilancio, ricorsi alle vie giudiziarie e ottenni un sequestro. Battaglia è così lontana dalla mia residenza abituale e io sono tanto occupato che per ogni trattativa con i fratelli Vicarelli e per la scelta del sequestratario dovetti interamente affidarmi al mio egregio avvocato di Monselice, al quale comunicavo tutti gli scritti che mi pervenivano circa questa malaugurata faccenda. Purtroppo non potevo fargli la girata anche delle noiose visite onde mi onorava di quando in quando un vecchio signore di Padova, che si faceva annunciare «dottor Molesin» e che soleva pure mandare dei letteroni interminabili, sottoscritti Angelo D. Molesin, consulente legale. Questo Molesin mi veniva sempre innanzi con informazioni, proposte o consigli, ora a nome dei Vicarelli, ora a nome di altri loro creditori, ora a nome del sequestratario, ora nel proprio nome suo e quasi per un'amorevole sollecitudine degl'interessi miei, per un desiderio virtuoso della giustizia e del bene; perchè in fatto egli non aveva alcun interesse personale diretto nella vertenza cui aveva cominciato a mescolarsi come consigliere di una vecchia merciaia di Padova, creditrice dei Vicarelli. A me non domandò mai danaro, ma seppi che i Vicarelli si lagnarono una volta o due delle spese incontrate per i consulti, i viaggi e le epistole del dottor Molesin. Col sequestratario egli parve guastarsi presto. Me lo denunciò come un furfante di tre cotte e me ne descrisse le imprese con quella sua spaventosa prolissità che riempiva fogli e fogli di prosa curialesca, brodosa, tutta seminata di spropositucci. L'altro non mancò alla sua volta di dipingermi l'avvocato Molesin come un vampiro. Quanto a me m'andavo persuadendo che fossero due valentuomini eiusdem farinæ. Il giallognolo dottor Angelo era di una farina per lo meno assai mal cotta, benchè impastata da oltre cinquant'anni. Aveva il cranio pelato; pochi cernecchi grigi dietro gli orecchi lustri e sudici; nella faccia scarna, terrea, e negli occhi profondi una espressione fissa di malumore bilioso; le mani ossute e nere. Portava sempre lo stesso soprabito color marrone, lo stesso fazzoletto rosso e giallo al collo, gli stessi calzoni bigi, e si poteva sospettare che portasse anche sempre la stessa camicia. Pareva una rispettabile, odiosa figura di onesto professore pedante, nemico della gioventù, dell'amore, del riso, della luce e dell'acqua. Non aveva modi ossequiosi; sorrisi e complimenti non erano affar suo; qualche volta pareva durar fatica a levarsi il cappello anche nel mio studio. Compreso della propria sapienza, quando degnava largirmi qualche consiglio prendeva un sensibile accento di stima per sè stesso e di compatimento per me. Insomma il nome Molesin, che in veneto vuol dire morbido, non andava certo bene alla corteccia del dottor Angelo. Egli non era nè morbido, nè untuoso. Tuttavia aveva ragione il mio domestico se, considerando le sue visite eterne, lo chiamava «dotor tacaizzo» dottore attaccaticcio. Malgrado la sua ruvidezza esteriore, aveva certo una gran facilità di appiccicarsi alla gente. Per non dire dei ricci di castagna, vi hanno seccumi ruvidi d'erba, frutti aridi e maligni di prati montani, che si attaccano alle vesti così. Si era fatto avanti in questo affare capitanando la merciaia e aveva finito con appiccicarsi a tutti, creditori e debitori. Evidentemente le sue pratiche officiose non miravano ad altro che a tirar le cose in lungo, appunto cole molesine, come diciamo noi veneti, per dar tempo al Molesin di viaggiare ancora fra Padova, Monselice e la mia residenza, di conferire con Tizio e con Caio e di procreare le sue mostruose epistole con quei caratteri compassati e sottili che solo a vederli mi opprimevano lo stomaco.