Il mio egregio avvocato di Monselice, ben ferrato contro le arti molesine, spinse le cose al punto che, in contradditorio dei fratelli Vicarelli fu stabilito dal tribunale il 10 ottobre 1877 per la vendita all'asta pubblica dei beni ipotecati. Agli ultimi di settembre eccoti una delle solite vaste sopraccarte arancione, ecco i caratteri stomachevoli dell'amico Molesin.
Egli si doleva, in tre pagine, del mio precipitoso avvocato, e mi pregava, in tre altre pagine, di far rinviare l'asta al 10 novembre, perchè nel frattempo, molto probabilmente, si sarebbero accomodate le cose all'amichevole. Qui il facondo uomo mi spiegava in sei pagine come i Vicarelli stessero negoziando un mutuo di diciottomila lire con la Banca Popolare di Treviso e la vendita di una casa col signor Zonca negoziante di legname a Padova fuori Porta Codalunga. Se le trattative affidate a lui, Molesin, approdassero, il mio credito verrebbe saldato senz'altro, capitale, interessi e spese. Mandai la lettera al mio avvocato il quale mi consigliò di pigliare informazioni presso la Banca Popolare e presso il signor Zonca. Risolsi di recarmi io stesso a Treviso e a Padova.
Diffidavo dell'onorevole Molesin, ma non lo avrei creduto, fino a quel giorno, l'audace briccone che allora scopersi. Alla Banca Popolare di Treviso non avevano mai udito parlar di lui nè dei Vicarelli, e nè fuori di Porta Codalunga nè in alcuna altra via o sobborgo di Padova esisteva alcuna ditta Zonca.
Il furfante aveva giuocato una carta arrischiata per mungere ancora un poco le sue vittime, specialmente quei disgraziati Vicarelli cui sarebbero anche toccate le spese per la rinnovazione del bando. Ma il giuoco essendo mal riuscito mi disposi a far sì che l'ottimo dottor Angelo pagasse. Andai a Santa Sofia dove sapevo che abitava, e trovai presto, sotto un portichetto oscuro, a fianco d'una porticina verde, il riverito nome «Angelo D. Molesin — secondo piano». Egli era uscito, ma la sua signora, che venne in persona ad aprirmi, udito il mio nome, mi assicurò che l'avvocato avrebbe rincasato assai presto, e mi fece passare in un salottino dove sua figlia, una giovinetta sui tredici anni, stava ricamando. V'era nell'aspetto pulito e triste della stanzetta, nella dignitosa simmetria dei pochi arredi e persino nelle vesti scure delle signore la espressione modesta e tuttavia alquanto contegnosa di una vecchia civiltà in piccola fortuna. La signora Molesin, sbiadita figurina ascetica dagli occhi di pecorella, aveva evidentemente nella faccia esangue quarantacinque anni di mansuetudine costante, le spalle curvate da altrettanta soggezione, una voce schiacciata e vôta d'anima, la più misera insipidezza di parola. La signorina, invece, piuttosto alta e sottile, aveva un viso singolare, ardito, già illuminato d'intelligenza e di volontà, non senza certa fierezza nascente negli occhi.
— Si accomodi, — fece la signora pecora ascetica, ponendosi alla sua volta a sedere in silenzio, con le mani giunte sulle ginocchia, con l'abito spiegato a campana sul canapè e il busto irrigidito. Io guardavo la parete e lei guardava la finestra. Questo bel divertimento durava da tre o quattro minuti, quando la signora, senza dipartirsi dalla sua solenne attitudine, belò alla figliuola:
— Lisa, ti ha detto niente papà quando è andato via?
La ragazza, che aveva già lanciato a sua madre più di un'occhiata malcontenta, certo perchè non mi mandava a spasso, si strinse nelle spalle, scotendo il capo, e non rispose nè levò gli occhi dal suo ricamo.
— Ha premura di lavorare, vede, signore — disse la mamma per medicare un poco le mie impressioni. — È giusto un dono per il suo papà, un'immagine dell'Angelo Custode, perchè presto viene il suo santo. Faglielo vedere, Lisa, a questo signore, il tuo ricamo.
L'Elisa diventò rossa come una vampa, fece un cipiglio nero e cavò l'orologio, una cipolletta di argento, tanto per fingere di aver qualche faccenda e andarsene in fretta dalla stanza. Ma io, seccato di tutto questo, mi alzai prima di lei, dissi che sarei ritornato più tardi e chiesi alla signora dove, a ogni modo, avrei potuto cercare di suo marito.
— Non saprei, — rispose. — Che ore sono, Lisa?