Snìchele — (sedendo) — Parona!

Padrona — Cossa?

Snìchele (freddo e serio) — Mi ghe digo ludri.

Padrona (che non ha inteso) — Cossa ghe diselo?

Snìchele — Gnente. La stoza qua, e pò un cafè de bojo, la cesta, e de l'acqua fresca col mistrà che adesso ghi n'è, gala capìo?

La Stria

Alla Marchesa Angelina Lampertico Mangilli.

Casa Ferretto, un palazzone alquanto malandato del cinquecento, ritto, come un capo burbanzoso di miserabili tribù, a cento passi dal suo villaggio, spiega i colonnati giallognoli verso il sole, l'aperta campagna e la lontana città di Vicenza; e oppone il dorso annerito dall'umido alla tramontana, alla strada maestra e alla vicina città di Thiene. Adesso non lo saprei dire, ma sette anni sono era certo, d'inverno, una Siberia spaventosa, malgrado la contraria opinione delle figure seminude di cui lo Zelotti, scolaro di Paolo Veronese, ha popolato soffitti e pareti di non so quanti sterminati stambergoni dai pavimenti alla veneziana; e checchè ne pensasse la calorosa padrona di casa, la siora Gegia Ferretto. Nè coloro, nè costei si lagnavano mai del freddo; quelle, forse, perchè lo Zelotti le aveva bene e abbondantemente impastate di sangue caldo e di carne soda, questa perchè non aveva quasi più nè sangue, nè carne ma solo un fine, chiaro e tranquillo spirito, ribelle a qualunque gelo.

È giusto dire che in quel paese, almeno la parte anziana della popolazione è generalmente provveduta di uno straordinario temperamento fisico per cui si vedono i più pacifici e tepidi individui, quando vengono assoggettati, nell'inverno, a una temperatura di dieci a dodici gradi R., diventare roventi, sbuffare, spalancare gli occhi con l'espressione più turbolenta. Tale non era però il temperamento della siora Nina, la figlia della signora Gegia, una damigella di quarant'anni, gialla, magra, vizza, che aveva sempre freddo e non osava mai lagnarsene alla mamma. Ancor meno era tale il temperamento della contessina Nana Dalla Costa, nipote della siora Gegia in linea retta e della siora Nina in linea collaterale; e il conte suo genitore, vedovo e carico di faccende, considerando certi nascenti calori per un tenente leggero di testa e di borsa, che suonava bene i walzer e li ballava meglio, l'aveva opportunamente spedita a passar Natale, Capo d'Anno, Epifania e forse anche Purificazione al fresco con la nonna, la zia, un vecchio fattore, e una vecchia cameriera ch'era stata la sua balia.

La contessina Nana, aveva, sì, un cervellino e due occhi di fuoco, ma nelle sale dello Zelotti ci gelava, poverina, come una gazzella d'Africa. Si rincantucciava, quando poteva, nel «mezzà»[1] del sior Toni, il fattore, dove almeno c'era un caminetto, un tavolato d'abete, e l'umile calore devoto del buon vecchio sior Toni; del quale sior Toni, fra parentesi, pochi sapevano il cognome e io non lo so. In casa, in paese e anche a Thiene tutti lo chiamavano el sior Toni e niente altro. So che era veneto ma non vicentino, perchè diceva fado, stado, andado e altri anche più detestabili solecismi.