Nel pomeriggio del quattro gennaio la contessina era lì nel «mezzà» ritta dietro i vetri dell'unica finestra, a veder nevicare sulle statue grigie del giardino, sulla capannina della gaggìa, sui cavoli dell'orto e più in là sui campi, sfumati nel chiarore bianco; mentre il sior Toni, seduto alla scrivania con gli occhiali sul naso, tagliava le cedole della Rendita. Ella vedeva forse le falde cadenti, ma per verità guardava nel chiarore bianco chi sa quali altre cose fantastiche, alle quali anche parlava silenziosamente con movimenti continui degli occhi, delle sopracciglia e delle labbra. «Vorrei essere una gaggìa, sior Toni!» diss'ella voltandosi bruscamente. «Almeno non mi lascerebbero gelare!»

Era snella ed alta e se non poteva dirsi una bellezza, aveva però un pallido visetto assai espressivo e nei grand'occhi bruni una espressione di stranezza, d'intelligenza e di malinconia che andava molto, troppo presto al cuore dei tenenti e anche degli altri. Visto che non c'era più legna da gettare nel fuoco, prese il cestino delle cartacce ch'era vuoto.

«Cossa fala, contessina?», esclamò il fattore.

«Niente, sior Toni,» rispose la ragazza e adagiò tranquillamente il cestino sulle brage.

«Ma no, contessina, cazza!» Il vecchio si alzò per correre in aiuto del suo cestino; la contessina gli si parò davanti, si mise a cantargli:

«Ho freddo, sior Toni, ho freddo!» con quella cantilena che significa: non l'avete ancora capita?

«Gesù mi poreto!» disse il sior Toni mettendosi le mani nei pochi capelli bianchi e guardando il cestino con faccia mezzo spaventata, mezzo ridente.

«Senta, sior Toni» esclamò la Nana. «Vuole il cestino? Scriva una lettera come io Le dirò e poi mi conti una storiella».

Il sior Toni, famoso raccontatore di storielle da osteria e da salotto, da signorine e da preti, promise ogni cosa e tolse il cestino dal fuoco. Scorgendolo già nero da un lato e fumante, il sior Toni non seppe che articolare la sua interiezione favorita: «jeh!» Ma la contessina Nana, più pratica, dato di piglio, sulla caminiera, a una gran tazza d'acqua, ne inondò in un baleno il cestino e le vaste estremità inferiori del sior Toni, che si ritirò in fretta alzando prima un ginocchio e poi l'altro fino al mento, vociferando «jeh, jeh, jeh!» Ristabilito l'ordine, la signorina spiegò ai sior Toni che due giorni dopo il quattro gennaio suol venire il sei e con esso la festa dell'Epifania e ch'ella aveva pensato una bella «stria». La «stria» è una benefica maga veneta, pronipote dei Re Magi, che nella notte dell'Epifania porta misteriosamente, calando nel camino della cucina, i regali che ora è moda di appendere all'albero di Natale. I bambini sogliono attaccare una calza alla catena del camino per maggiore comodità della stria, la quale trova così subito dove posare il suo carico; almeno un rosario di castagne, mele, arancie, foglie d'alloro. Presso alcune famiglie conservatrici che non vogliono saperne dell'esotico albero di Natale, è la stria che porta, per la via romantica del camino, regali a grandi e piccini; e del donatore si dice che fa la «stria». Ora la contessina confidò al sior Toni che voleva fare una sola e unica «stria» per tante persone.

«Per quante po?» chiese il sior Toni.