Ma siccome di giorno v'era stato il sole, nel salotto bene esposto dove «la Nona, la Nina e la Nana» pranzavano e dimoravano abitualmente c'era un clima possibile. Le signore avevan pranzato alle tre, secondo l'antica consuetudine vicentina serbata da pochi spiriti indomiti; e la Nana si era molto sorpresa, venendo a pranzo, di trovare che il vecchio piano codino di casa era stato trascinato lì dalle gelide pianure del salone vicino. La nonna le aveva poi detto sorridendo che le era venuta voglia di udirla suonare un poco. Chi si mostrava particolarmente lieta di questa prospettiva musicale era la zia Nina, una povera zitellona magnetizzata dalla bella, elegante e nobile nipote e da quel suo profumo d'intrighi amorosi, avida sempre di rifarsi giovane, di scambiar confidenze tenere, sempre intimidita dalla freddezza un poco sprezzante della ragazza. La zia Nina pretendeva avere un vero trasporto per la musica e quando sua madre non era presente soleva vantare alla nipote, con certi ah! e oh! pieni d'ogni sottinteso tutte la arie più freneticamente amorose del piccolo repertorio che aveva in testa, come Vieni fra le mie braccia (ah!) dei Puritani oppure Quando il tuo labbro sul labbro mio (oh!) di Allora ed oggi, roba antica di cui la Nana neanche aveva udito parlare.
Alle sei, dunque, la siora Gegia fece chiamare il sior Toni e la cameriera per dire il «terzetto» ossia la terza parte del rosario. Veramente, di solito si diceva alle otto, ma essendosi ciò timidamente osservato dalla Nana, la siora Gegia rispose blanda: «ben, vissere, sta sera te lo diré alle sie!»
La Nana, che le altre sere cercava sempre di star vicina al sior Toni per farlo ridere, adesso mostrò invece un raccoglimento edificante, una fervorosa pietà. Finiti i cinque misteri, interruppe la nonna celebrante per osservare che alla vigilia d'una gran festa si poteva dire anche gli altri dieci. Il sior Toni guardò spaventato la padrona vecchia, che, per suo conforto, rispose: «Tropa grazia, tropa grazia» e si tenne al programma.
Detto il «terzeto» la buona signora propose alla nipote di uscire a spasso con la zia e col fattore. A questi due l'idea parve alquanto strana e il faceto sior Toni brontolò nell'uscire: «Dove andemoi po? A beverghene un goto?» Ma la contessina Nana capì che la nonna le offriva tacitamente di andare incontro al maestro perchè il treno di Vicenza arrivava a Thiene alle sei e mezzo e dalla stazione di Thiene a casa Ferretto non s'impiegavano, in carrozza, più di venti minuti. Quando la Nana, che per verità cominciava a trepidare un poco, prese la via di Thiene, capì anche il sior Toni. Ma la zia Nina, che s'entusiasmava per le bellezze delle stelle e della neve, per la poesia dei canti, dei suoni che si udivano di qua e di là per la campagna, capì solamente quando la cauta nipote le spiegò la stria che aveva preparato e accennò, esagerandola, alla tacita complicità della nonna. Allora la siora Nina, dimenticando le stelle, la neve e la poesia dei canti villerecci e la presenza del fattore, si affrettò a informarsi del maestro, seppe che era giovane e bellino, ma che (pur troppo, cara zietta!) il signor Barùgola aveva moglie e cinque figliuoli.
«Jeh!» fece lo scapolo sior Toni.
Intanto si camminava, si camminava e non si incontravan calessi. S'incontrò invece una frotta di gente che cantava:
Mandiamo il crudo gelo
Lontan dai nostri cuori,
Cantiamo coi pastori....
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