«Ghe xé cavai e caretine».
«Carrettino? È andato a Vicenza in carrettina? Con una notte simile? Sior Toni! Senza una coperta?»
Le parole ed il viso della contessina eran tali che il sior Toni incominciò a non capir più niente ossia incominciò a capire anche troppo. Uno sbalordimento senza nome gli allargò gli occhi e la bocca:
«Cossa?» diss'egli. «Ma quel sior... gerelo...?!» La contessina stupì alla sua volta, non capiva che egli non avesse capito, lo guardò un poco e scappò via senza rispondere. Allora il sior Toni, giungendo adagio adagio palma a palma, conchiuse con l'emozione più profonda della sua vita:
«Jeh, jeh, jeh!».
Per una foglia di rosa
Una carrozza di Corte si fermò, verso mezzanotte, alla porta del palazzo Heribrand. Un ufficiale delle guardie ne saltò a terra, entrò nel palazzo e ricomparve dopo dieci minuti con un signore alto e magro che salì in carrozza frettolosamente e fu riconosciuto dai curiosi del vicino Caffè Orientale per il conte Maurizio Heribrand, generale a riposo, antico governatore, sotto il Re morto, del principe ereditario, ministro dell'interno nel primo anno del nuovo Regno e uscito poi dagli affari.
La notizia ch'egli era stato chiamato a Corte si diffuse in città prima che la carrozza fosse di ritorno al Palazzo Reale.
Quella sera tutte le birrarie, tutti i caffè della capitale erano pieni di gente e di rumore perchè nel pomeriggio la camera aveva rovesciato con quaranta voti di maggioranza, sopra una questione di politica estera, l'equivoco, impopolare gabinetto Fersen; e si sperava che S. M. avrebbe chiamato al potere il deputato Lemmink, capo dell'Opposizione, uomo di grande ingegno, di antica probità e di ferreo carattere, stato ancora ministro e noto per l'aspro contrasto a certe segrete debolezze del Re, cui il ministro Fersen, malgrado le sue velleità democratiche, si era sempre mostrato compiacente. Si sapeva che il generale Heribrand, ultra conservatore, era nemico personale del Lemmink, il quale una volta, da ministro, lo aveva trattato con pochi riguardi; e la sua chiamata a Corte dispiacque. — Si era tuttavia sicuri che egli avrebbe combattuto il Fersen, e sopratutto, la segreta influenza della principessa Vittoria di Malmöe-Ziethen, amica del Re.
La principessa, francese di origine, divisa dal marito, era antipatica al popolo, perchè straniera, perchè s'ingeriva negli affari di Stato e perchè impediva il passo ad una regina. Il popolo avrebbe più presto perdonato al Re molti amori passeggeri che questa grande passione costante da tre anni. Il Re conosceva e sdegnava ciò. Egli univa un ingegno non comune a molta bontà di cuore; non aveva un alto concetto della propria corona nè della propria spada, non sentiva ambizione; era piuttosto poeta e artista che Re; era anzi tutto un delicato, un raffinato, a cui le ordinarie cure del governo pesavano, a cui piaceva di regnare solo per il lusso artistico di cui poteva godere, per le intelligenze rare di cui sapeva cingersi; e perchè convinto di essere amato dalla principessa Vittoria come uomo e non come Re, si compiaceva di possedere, quale amante, questa suprema e singolare distinzione del trono. Egli era tuttavia delicato e raffinato anche nella coscienza dei propri doveri, ciò che gli era cagione di lotte e di tristezze gravissime, poichè la sua nobile natura aveva una ingenita malattia mortale, il languore della volontà.