Lo scioglimento della crisi per la quale il generale Heribrand era stato chiamato a Corte, poteva decidere sulle sorti del paese. Il conte Fersen conduceva il Regno all'alleanza con la potente patria della principessa di Malmöe-Ziethen e quindi, posta la situazione europea, alla guerra. Un Gabinetto Lemmink avrebbe significato riduzione delle spese militari e politica estera modesta. Tutti sapevano che il Fersen immediatamente dopo il voto aveva offerto le dimissioni del Gabinetto e posto a S. M. questo dilemma: o accettazione delle dimissioni o scioglimento della Camera.
S. M. non aveva data una risposta definitiva e aveva conferito più tardi con i presidenti delle due Camere, i quali erano stati concordi nel consigliare un ministero Lemmink. Si sapeva pure che la principessa Vittoria era malata nella sua villa dell'isola Sihl. Una grande dimostrazione popolare era stata fatta al capo dell'opposizione, e vi si era gridato «abbasso la francese».
La carrozza che portava Heribrand entrò nell'atrio del Palazzo Reale a mezzanotte, mentre una carrozzella da nolo, a un solo cavallo, ne usciva. Il generale dovette attendere cinque minuti nella sala degli aiutanti prima di esser fatto entrare nel gabinetto da lavoro del Re. Il gabinetto, poco spazioso ma molto alto, sta nell'angolo nord-est del Palazzo Reale, proprio nella torre. Ha due balconi immensi, uno sul mare, aperto, l'altro sulle grandi terrazze che degradano verso il porto militare; e ha, fra i due balconi, un caminetto di marmo nero dove quella sera, benchè si fosse alla metà d'aprile, ardeva il fuoco. Una lampada elettrica sospesa in alto illuminava meglio il palco di ebano scolpito, a rosoni d'argento, che la snella persona del Re, ritta davanti al caminetto.
S. M. stese la mano al vecchio generale, che con la sua allampanata figura, con la sua magrezza portentosa, con i suoi lineamenti esagerati, pareva lo spettro di Don Chisciotte.
— Caro generale — diss'egli con voce affettuosa, ma vibrante di emozione — mi perdoni se l'ho incomodata a quest'ora. Avevo bisogno di Lei.
Heribrand rispose, alquanto freddo, ch'era sempre agli ordini di S. M.
— Non ho bisogno di un suddito — replicò il Re, gelando alla sua volta. — Ho bisogno di un amico. Lei è in collera con me?
Il generale protestò e S. M. lo interruppe dicendo — venga qua — gli prese il braccio, lo fece sedere in una delle sue poltroncine accostate per fianco al balcone sul mare, sedette egli stesso nell'altra e incominciò a parlargli della situazione. Riferì i suoi colloqui col ministro e coi presidenti delle due Camere, disse che sentiva di trovarsi di fronte all'atto più grave, probabilmente, della sua vita, che era atterrito dalla propria profonda perplessità; che sperava da Heribrand un giudizio, un consiglio sicuro, e che non aveva saputo aspettarlo fino all'indomani.
Il generale lo ascoltò impassibile e rispose semplicemente: — Sire, bisogna chiamare Lemmink.
Il Re si fece scuro in viso, tacque e, dopo un momento, alzatosi senza dir parola, si allontanò a lenti passi, andò a contemplare il fuoco del caminetto. Anche il generale si alzò e, girata rapidamente con gli occhi la stanza, guardava, fermo al suo posto, il Sovrano. Il suo sguardo e l'alta, leale sua fronte avevano una singolare espressione di gravità e di severità.