— Lei non sa tutto — disse finalmente S. M., sempre pensieroso e senza guardare Heribrand. — Lei non sa cosa si prepara in Europa. Lei non sa gli impegni che abbiamo.
— Sire — rispose subito il generale — se vi hanno impegni del ministero Fersen, sono caduti; se vi hanno impegni di V. M., mi permetto di chiedere rispettosamente perchè mi sia fatto l'onore d'interrogarmi.
Un lampo di sdegno passò sul viso del Re.
— Io non prendo impegni personali — diss'egli concitato — io sono fedele alla Costituzione. Lei mi doveva intendere, signor generale. Lei dovrebbe sapere che un governo può prendere certi impegni non formali, non scritti, ma che non possono lasciarsi cadere tanto facilmente.
Il generale rispose che il voto della Camera aveva implicitamente disapprovati questi impegni.
— Non mi parlate della Camera! — esclamò il Re. — Non è possibile che la politica estera sia fatta dalla Camera. Non si guidano cavalli mal sicuri per strade difficili, stando in un landau chiuso.
— Non si guidano i cavalli, Sire, ma si sa dove si vuole andare e lo si dice al cocchiere. Il paese non vuole andare alla guerra.
Il Re tacque.
— Io non posso assolutamente — riprese Heribrand — dare a V. M. il consiglio che desidera.
— Che desidero! — esclamò il Re sdegnosamente. — Che desidero! Guardi là quei vapore coi fanali rossi che fila adesso nel chiaro di luna. Là vi è un ragazzo che va a studiare l'arte a Roma con i denari miei; desidero esser lui! Ecco quello che desidero! Scusi, generale, Lei sa che Le ho sempre voluto bene, Lei è il primo cui mi rivolgo dopo i personaggi ufficiali, il primo a cui domando un consiglio, e mi parla così!