Scrissi una infinità di lettere a parenti ed amici, annunciando ex abrupto il mio matrimonio. Avevo l'intenzione di metterle alla Posta il giorno dopo, a Triberg o a Stuttgart; benchè immaginando il giorno dopo, mi paresse impossibile avere il capo ad altro che all'amore e alla gioia. Scrissi pure a mio fratello, poichè la idea di recare all'altare un'ombra sola di risentimento contro di lui mi metteva raccapriccio. Gli scrissi breve ma affettuoso, ed aggiunsi una riga gentile per mia cognata. Avrei creduto, prima, che questa riga mi dovesse costar molto. Non fu così; ero felice e sentivo in me lo spirito generoso di Violet come se fossi già una persona sola con lei.

Era già notte quando mi posi a scrivere una fila di nomi e d'indirizzi che dovevo lasciare all'amico Steele per le partecipazioni ufficiali a stampa da spedirsi più tardi, appena fossero pronte. Alzando qualche volta il viso a pensare, a raccapezzar qualche nome mezzo uscitomi dalla memoria, vedevo dalla finestra i lumi di Bingen, mi assaliva l'immagine di quell'uomo che voleva parlarmi. Dio mio, indovinavo ciò che avrebbe voluto dirmi, e la sola possibilità di udirlo mi metteva una irritazione terribile. Perchè si ostinava egli mai? Intendeva forse di riprendere Violet a forza, di averne il diritto? Era tanto pazzo da venire a dirmelo?

Mi parlavo così fremendo e almanaccavo dove l'uomo potesse essere in quel punto, se a passeggiar sotto i lontani fanali o forse a vigilare sotto le mie finestre, o fors'anche a spiar sospettoso e appassionato la stessa dimora di Violet. Allora il cuore mi batteva di collera. Poi rimproveravo la mia immaginazione, mi chetavo, tornavo a scrivere. Verso le undici feci portare il mio bagaglio alla stazione e lasciai l'albergo.

Non vi erano stelle nè luna e nelle vie silenziose di Rüdesheim faceva tanto buio che non potevo assolutamente vedere se qualcuno mi seguisse o mi precedesse. Di tratto in tratto mi fermavo istintivamente, stavo in ascolto. Non una voce, non un passo; udii solo il fragore d'un treno della riva sinistra e pensai al treno che aveva portato Violet, quando io stavo alla finestra col lume, palpitando.

—Voi siete un vero poeta—mi disse la signora Emma quando entrai.—Non avete pensato al Vostro testimonio.

Mi battei la fronte, era vero! Per meglio dire, ci avevo pensato e avevo scelto il cavalleresco signor Andrea Grossmann di Wiesbaden, antico mio professore in Italia e reduce in patria dopo il 1866, ma in questo precipizio di cose m'ero affatto dimenticato di lui. Presi certo un'aria molto desolata perchè la signora si affrettò ridendo a dirmi che ci aveva pensato suo marito, il testimonio di Violet. Egli era uscito da mezz'ora per andar a svegliare un amico e imporgli questa parte. Mentre discorrevamo un uscio si aperse piano piano e comparve Violet nell'abito bianco da sposa che avevo veduto prima. Feci un'esclamazione di sorpresa.—Almeno vederla!—disse la signora Emma.—Adesso la guardi bene; io penserò a un po' di cena, intanto.

Ella uscì ed io stesi le braccia alla mia fidanzata.

—Hai piacere—susurrò sul mio petto—di vedermi con quest'abito? Tutti gli altri vedono la loro sposa così; ho voluto che mi vedessi così anche tu.

E rialzò sorridendo il viso, un viso timido e luminoso. Poi lo chinò ancora e disse con voce spenta:

—Ne sono degna?