—Questo non importa molto—risposi.—Solo mi rincresceva che una parola indifferente fosse presa per una parola sciocca. Adesso scusi, la lascio disegnare in pace.
Mi congedai così, sentendo il mio vantaggio e non volendo perderlo.
Ella fu tentata un momento, lo vidi, di trattenermi, ma non lo fece.
Andai a meditar la mia piccola vittoria nell'ombra del vallone vicino, a ripensar il particolare fascino di quel viso e di quella voce nell'ironia.
«Quando mi amerai!» dicevo tra me. «Quando vorrai e non vorrai dirlo!» Non volevo pensare che non fosse libera, mi pareva che amandomi lo diventerebbe; e mi stringevo le mani al petto, Davvero il mio petto era troppo breve per una gioia così grande, mi doleva già. Sentivo il bisogno di stancarmi e feci un lungo giro per valli e boschi, camminando a slanci come portato da ondate di vento, sorridendo a me stesso, dicendo insulti con allegra tenerezza alle care stupide piante e ai sassi che non capivano niente. Ecco un semplice odor di liquore forte come mi ubbriacava.
A pochi passi dall'albergo, dove arrivai tardi, incontrai Mrs. Yves che dava il braccio a un signore pallido, magro, evidentemente malato. Era facile indovinar chi fosse. Alto, rigido, pareva toccare i cinquant'anni; aveva un viso triste e duro, una fissa intensità ostile di sguardo. La signora mi salutò; il marito nemmanco mostrò di avermi veduto.
Per tre giorni non ebbi più occasione di parlare a Mrs. Yves. Era sempre col suo convalescente; passeggiavano qualche poco, sedevano lungamente insieme sotto gl'ippocastani. Ella mi salutava con la sua soavità seria, ma non cercava parlarmi, né io cercavo parlare a lei, pure gli occhi nostri s'incontravano non di rado e mi pareva che le facesse piacere di trovarsi vicina a me; lo stesso maggior riserbo che ora s'imponeva per la presenza del marito mi pareva pieno di dolcezza. Talvolta ella gli leggeva un giornale; io fingevo allora leggerne un altro e me le ponevo tanto presso da poterla udire. Quando se ne accorgeva lo sentivo, per un istante, nella sua voce. La bella signora dal profumo di rose conversava spesso amichevolmente con la Yves e scambiava poche parole con l'accigliato marito. Cercai di stringer relazione con lei per avere qualche cosa, almeno indirettamente, di Mrs. Yves, ma poi credetti leggere in un'occhiata di quest'ultima che le dispiacesse; ne fui felice ed evitai quind'innanzi la signora. Mrs. Violet aveva l'ultima camera dell'ala di ponente, al secondo piano, e la terrazza attigua. La sera stava con suo marito nella sala di lettura fino alle nove; poi salivano insieme. Io allora uscivo portando meco il tesoro d'uno sguardo, d'un saluto e restavo fuori per tutto il tempo che le piccole finestre lucevano. Mi pareva talora indovinar sulla terrazza la forma di lei; ma la mia vista corta e l'ombra dei boschi che dal monte scendono sull'albergo me ne lasciarono sempre in forse. Quanto mi fosse doloroso il subito mancar del lume alle finestre, come mi tormentassero allora il cuore e la fantasia, non lo voglio neanche ricordare. Il mio stato era insomma un misto, un'alternativa incessante di delizia e di pena, in cui venivo legandomi sempre più strettamente a lei e sentendo sempre più che pensava a me. Ci eravamo divisi sul prato di S. Nazaro, con un saluto freddo, non le avevo più detto parola; e dopo tre giorni mi pareva che al primo trovarci soli ci saremmo parlati come amanti.
Nel pomeriggio del quarto giorno la trovai sulle scale dell'albergo. Mi salutò così tranquillamente che tutti i miei sogni, per un momento, caddero; poi mi chiese sorridendo se le tenevo il broncio. Io protestai che me ne stavo in disparte perché la vedevo occupata di suo marito e non volevo essere indiscreto. Mrs. Yves arrossì molto, rispose che lo sapeva e che aveva scherzato; soggiunse di volermi domandare qualche cosa sui miei libri e anche su altri libri italiani. Ci accordammo di trovarci alle cinque sotto gl'ippocastani.
VI.
Avevo la febbre dell'impazienza; alle quattro e mezzo fui al posto del convegno. Sapevo che Mrs. Yves sarebbe venuta sola perchè il marito aveva passato una cattiva notte ed era rimasto a letto. Venne infatti sola, qualche eterno minuto dopo le cinque. Aveva un elegante costume celeste, con pizzi neri al collo o al seno, collana e pendenti di monetine romane d'oro. Il collo non m'era parso mai tanto puro di forma e di candore, il viso tanto delicato. Teneva in mano il volume di Leopardi. Credetti doverle chieder subito di suo marito. Arrossì ancora e mi rispose tanto sotto voce che non l'intesi.
Voleva sapere se la Luisa della mia novella fosse una persona reale. Le risposi che non era, ma che aveva molte linee e colori di persone vere. Non capiva questo metodo; le pareva che dovesse necessariamente uscirne una creazione senza individualità, vaga e falsa nell'insieme. Si acquietò alla mia ragione che anche in natura è così, che ciascuno di noi somiglia per qualche linea o per qualche colore ad alquanti altri; e che il fonder bene queste linee e questi colori è appunto il più delicato e difficile lavoro dell'artista. Bisogna con le note comuni comporre un accordo che abbia varie dissonanze e un suono suo proprio.