«Ho bruciata la Sua lettera. Un giorno, quando Iddio ne avrà uniti, Le potrebbe dolere ch'io la avessi serbata.»

Recato questo biglietto, di mia mano, alla posta, mi sentii sufficientemente tranquillo e andai a vedere la città.

Per verità pensavo molto più al momento in cui miss Yves mi avrebbe veduto alla stazione, al momento in cui mi avrebbe udito nominare Eichstätt, che ad ammirare la vecchia Streusandbüchse des deutschen Reiches, come i tedeschi chiamano Norimberga. Perchè mi proponevo far sapere a Violet il più presto possibile che andavo a Eichstätt, che conoscevo la meta del suo viaggio. Non cercai vederla; appena nel salire da S. Sebaldo alla Burg guardai un momento, dalla bocca della Theresienstrasse i balconi eleganti di casa Yves. Più tardi, andando al vecchio cimitero di S. Giovanni, dove dorme Alberto Dürer, passai dalla porta della fonderia senza nemmanco guardarvi dentro.

Pensavo più all'amore che all'arte. Confesso tuttavia che qualchevolta l'energia e la grazia di un antico artista mi esaltavano, mi traevano a sè, non sopra l'amore, ma sopra le cure e le incertezze presenti. Davanti al Schönen Brunnen, al tabernacolo di Adamo Krafft nella Lorenzkirche, alle porte insigni della Sebalduskirche mi assaliva la gioia della bellezza, mi gloriavo d'essere io puro artista, pensavo felice che l'amore di Violet avrebbe saputo trarre anche da me un fuoco d'idee e di opere. L'altra signora si diceva gelosa della Musa; ma Violet! Negli amori e nell'anima mia Violet vedrebbe sè, sempre sè, dappertutto sè, come il sole potrebbe veder sè in ogni cosa vivente. Quell'altra povera donna parlava di gelosia perchè non sapeva come si ama.

Mi ricordo che quando salii sul Vestner Thurm pioveva, folate fredde di vento e pioggia entravano per le finestre senza vetri in quella stamberga a tetto, dove il custode della torre indicava placidamente, con la pipa, le altre torri, le chiese, i monumenti della città, poi le nebbie lontane, nominando con gran sicurezza paesi invisibili. Gli domandai da qual parte fosse Eichstätt. Quegli ripetè sorpreso—Eichstätt? Lei dice Eichstätt?—e, steso il braccio da una finestra, si diede a menar di taglio la mano verso il Sud, come chi dice un lungo, lungo cammino. Rimasi lì trasognato a guardare senza veder niente, senz'accorgermi del vento e della pioggia che mi battevano in viso.

XVI.

L'indomani mattina brillava il sole. Fui alla stazione un'ora prima del tempo. Solo allora, passeggiando su e giù per il piazzale deserto fra la Stazione e la Posta, mi venne in monte che Violet poteva aver mutato piano, che qualche impedimento poteva essere sopraggiunto. Torturato dalla fantasia mi rimproverai di non essere corso prima nella Theresienstrasse a vedere se i balconi dessero qualche segno di una levata mattutina della famiglia. Avrei voluto corrervi allora, ma tremavo di non essere in tempo, ed esitai tanto che la cosa divenne impossibile. Cominciarono ad arrivare le carrozze, e, per fortuna le mie angustie non furono lunghe, il landau di Violet comparve dal Frauenthor alle sei e mezzo.

Tre signore ed un cavaliere accompagnavano miss Yves. Ella era così pallida! Sorrideva però. La vidi scendere faticosamente di carrozza. Appena discesa si guardò attorno come per cercare qualcheduno; essendo miope non si accorse di me, che m'ero tenuto alquanto discosto. Poi la vidi entrare colle altre signore nella sala di 2^a classe. Pochi minuti dopo vi entrai io pure. Le compagne di Violet ridevano discorrendo col loro cavaliere, un uomo maturo, di qualcheduno che si faceva aspettare. A un tratto si affrettarono tutte, meno Violet, verso l'entrata. In quel momento io che camminavo su e giù per la sala le passai vicino e fui veduto da lei.

Non feci atto di salutarla, ma la guardai con volontà che lo sguardo parlasse. Ella trasalì tutta, mi parve che chiudesse gli occhi, girò subito il capo. Nello stesso tempo entrò alquanto rumorosamente con l'ombrello nella sinistra e una grossa mazza nella destra, colui ch'era atteso, il mio amico del Museo germanico.

Egli non mostrò curarsi molto delle altre signore che lo festeggiavano e andò diritto a stringere la mano di miss Yves. Violet era accesa in viso; i suoi dolci occhi non potean dirsi scintillanti, ma pur lucevano d'inusata luce. Il dott. Topler le sedette accanto e una bionda giovinetta della compagnia esclamò, battendo le mani, con una vocina brillante di riso:—Oh prego, prego, bitte, bitte, guardate Violet!—Vidi miss Yves arrossire ancor più e fare un atto d'impazienza, di rimprovero; udii il Topler prendersi beatamente, scherzando, tutto il merito di quei rossori, Violet disse certo alla sua giovane amica una parola acerba che non intesi, perchè la biondina fece un visetto mortificato e tutti tacquero. Io continuavo a camminare con un tal bollimento interno! Il dott. Topler alzò gli occhi, mi riconobbe e venne a me salutandomi in latino a braccia distese, come un vecchio amico. Diedi un'occhiata a Violet; ci fissava, pallida per la sorpresa. Gli altri pure ci guardavano curiosamente. Topler mi domandò se andassi a Monaco. Risposi ben chiaro e forte che non andavo a Monaco ma ad Eichstätt. Esclamazioni del signor Topler,—Allora viaggiamo insieme!—diss'egli.—Misere cupis abire! Dobbiamo viaggiare insieme!—E mi raccontò che andava ad Eichstätt anche lui con altri amici. Poi mi voltò le spalle e corse tentennando sulla sua mazza e il suo ombrello a edificar gli amici sul conto mio. Il giorno prima non avevo mancato di sfoggiar quanto latino e quanta letteratura tedesca avevo in testa e m'ero fatto di lui un ammiratore; adesso intesi da' suoi gesti che stava raccontando a miss Yves grandi cose di me. Miss Yves avea fatto un viso gelido, pareva ascoltarlo appena. Al momento della partenza l'altro signore le offerse il braccio, le tre dame o damigelle si avviarono insieme e Topler volle venire con me. Mi disse che dovevo assolutamente stare con lui, che aveva tante cose a domandarmi sull'Italia dove intendeva recarsi, per la terza volta, fra poco. Insomma mi trovai, senza la menoma indiscrezione da parte mia, in una stessa carrozza con miss Yves che era turbata quanto me, non volgeva mai il viso dalla mia parte. Pigliammo posto il più lontano possibile l'uno dall'altro. Le due amiche si guardavano sorridendo e poi guardavano me, come scusandosi per gli eccentrici modi del loro Schwabe. Mi dicevano con gli occhi: che ne penserà Lei? Topler non se ne dava per inteso, mi tempestava di domande sulle novità edilizie di Roma e di Firenze, sui restauri di Venezia e sulla musica italiana moderna. Rispondevo come potevo, e allora era un veloce fuoco di commenti vivacissimi; ora la gioia, ora la collera gli scintillavano dagli occhi e persin dai capelli. Notai però che se parlando di Roma gli toccavo del Papa e degli ordini nuovi, diventava muto, mi sfuggiva subito di mano. In musica era un antiwagnerista furibondo, un focoso ammiratore dei vecchi maestri italiani, specialmente di Clementi. Dapprima si parlava soli, lui e io; ma poi egli si posò a gittar motti a destra e a sinistra come uncini, strappando qua un sorriso, lì una parola e gli riuscì di cucire un dialogo generale. Solo non venne a capo del silenzio di Violet.