Io non parlavo che per lei. Si finì con discorrere un po' di tutto, d'arte, di natura, d'Italia e di Germania. Era per Violet che dipingevo Venezia alla giovinetta bionda, curiosa del mare, delle gondole e dei colombi. Ell'aveva l'aria di non conoscere l'amore, di non pensarvi mai; e io dissi che il silenzio molle, lo strano aspetto, l'aria obliosa di Venezia erano per le anime ferite, bisognose di amare dimenticando.—Allora Venezia non è per me—diss'ella volgendo a Violet il suo visetto sfavillante di riso, mentre una fiamma correva le guance di questa.
—Silenzio e oblio si trovano anche ad Eichstätt—osservò il dottor Topler—e adesso vi si trova pure un orribile ponte di ferro, forse come quelli che avete fatto a Venezia. Non ci sono più Alpi con questa civiltà. Barbari noi, barbari voi, barbari tutti.—Il signore viene ad Eichstätt—soggiunse parlando agli altri.—È un italiano molto più ardito di Cristoforo Colombo. Viene a scoprire Eichstätt.
Tutti si sorpresero che uno straniero desiderasse vedere Eichstätt, un paese, secondo il Topler, tanto deserto e triste che persino l'Altmühl, il fiume, ci veniva a malincuore e il più lentamente possibile. Forse lo disse per pungere le signore, che infatti protestarono vivacemente. M'accadde di nominare que' miei conoscenti di Monaco dai quali avevo appresa l'esistenza di Eichstätt. Le signore esclamarono, la biondina battè le mani. Erano, mi dissero, loro intimi, carissimi amici. Topler fece—ah, ah, ah!—tutto contento. La biondina non capiva come Violet non trovasse strana l'avventura. Mentre le altre mi chiedevano di una di quelle persone che allora si trovava in Italia, ella si mise a interrogare sotto voce miss Yves e poi ad accarezzarla, a susurrarle non so che all'orecchio, probabilmente delle dolcezze. Violet un po' negava del capo, un po' sorrideva, un po' pareva seccata, ma non parlò. Fu il dottor Topler che la vinse.
Egli le lanciava ogni tanto delle occhiate inquiete, e, poi che vide la biondina parlarle, borbottò a quest'ultima una domanda cui ella rispose sottovoce—no, dice che non ha niente.—Egli non parve tuttavia contento.
Correvamo oramai lungo l'Altmühl fra i poggi boscosi e i prati che ridevano al sole nel mattino vaporoso. Topler mi disse:
—Tutta questa poesia è ben tedesca.
Ciò ne condusse a parlar di letteratura e di lingua. Io tirai subito in campo l'inglese. Parlandone non guardavo Violet, temendo tradirmi, destare almeno un sospetto. Dissi che l'amavo molto, che su certe labbra mi suonava più soave di ogni altra, che talvolta era tanto rapida, limpida e delicata da somigliare, quanto è possibile, al pensiero.
—Sente, sente, sente?—disse, interrompendomi, il mio amico Topler a miss Yves,—È contenta?
Violet mormorò qualche parola che non s'intese.
—La signorina è inglese, capisce?—mi disse Topler.—Io sono un vecchio gufo selvaggio della Selva Nera che adesso vuole diventare un pappagallo della buona società e farà le presentazioni in regola.