Ci raccogliemmo per la colazione a pochi passi dal viottolo, presso una tonda macchia di sole che brillava sull'erba tra la corona dei faggi e degli abeti, sotto un occhio di cielo azzurro. Qualche tronco mozzo vi nereggiava nel mezzo.

Il signor Treuberg sturò due bottiglie di Rüdesheimer e le signorine v'introdussero capovolti due mazzolini del bianco Waldmeister, che doveva morire così, cedendo al vino il suo dolce profumo selvaggio. Mentre gli altri vi erano attenti come ad un rito sacro, potei guardare Violet. Gli occhi suoi ebbero ancora quell'angoscioso no; i miei dovettero rispondere di . Era seduta sull'erba e teneva fra le mani l'ombrellino chiuso. Chinò il capo, le congiunse in atto supplichevole. Io mi misi a parlare del Maiwein con la signorina Luise.

—Il vino ed il fiore—disse il dottor Topler—sono diverse espressioni del suolo tedesco e noi ne facciamo una sola poesia.

Non solo nel Maiwein ma in tutta la silvestre scena vi era una poesia che il segreto dramma mi impediva allora di gustare, ma che ritorna ora serena nella mia mente. Si stava aspettando che l'odore del Waldmeister passasse nel vino, e io parlavo con la signora Treuberg dei nostri amici comuni. Ella ricordava lontani giorni passati con loro nella piccola città silenziosa, allegre partite in quello stesso bosco, mi descriveva fanciulli che io avevo poi conosciuti uomini, mi raccontava cose intime della famiglia, piaceri e dolori cui ella aveva preso parte come amica. Si ricordavano le idee, i sentimenti di queste persone lontane. Alla signora parerà impossibile trovarsi lì senza di loro, saperli dispersi nel mondo, non intendeva come i boschi potessero essere ancora così gai, verdi e odorosi, come i fringuelli cantassero ancora tanto allegramente quanto in quel tempo della sua giovinezza. Intanto il fidanzato di miss Yves e il signor Treuberg toglievano le provvigioni dalla cesta, e il dottor Topler parlava con Violet. Violet gli faceva delle domande che non intendevo. Mi parve udirgli rispondere qualche cosa sul Museo germanico e sul quadro di Kaulbach. Gli aveva ella chiesto come mi conoscesse? Voleva forse parlare prima di me?

Ecco la signorina Luise venir saltando in punta di piedi con un dito alle labbra, portarsi via, a gesti, i Topler e i Treuberg per far loro vedere qualche cosa. Rimasi ancora solo con miss Yves.

—Non dica niente—susurrò in fretta—prima di avere parlato con me. Spero che avrò la forza!—Oh mio Dio!—diss'ella coprendosi il viso colle mani. Poi riprese: Discorriamo un poco insieme adesso. Così Lei mi verrà a trovare in casa Treuberg. Non sono sleale, faccio questo perchè credo che quando saprà non vorrà più…

Non potè proseguire e passò qualche momento prima che gli altri tornassero. Intanto tacemmo ambedue. Sapevo che niente mi avrebbe diviso da lei, ma il cenno al suo misterioso passato mi empiva d'un inesprimibile sgomento amaro. In pari tempo l'idea di avermi presto a trovar solo con lei, l'idea che forse dopo questo ultimo sforzo ella cederebbe, mi faceva battere il cuore a precipizio.

—Oh Violet!—gridò la signorina Luise venendo verso di noi.—Se tu avessi veduto! due scoiattoli così carini! Correvano su e giù per un albero con le loro codine ritte, si fermavano a guardarci con quei cari musini, con quei cari occhietti!

Era ben carina anche lei, la signorina Luise. La sua snella personcina aveva una grazia deliziosa di movenze pronte in cui l'ultima gaiezza infantile si mesceva alle prime mollezze, al riserbo della maturità, e il vero vergissmeinnicht tedesco fioriva nei suoi occhi cerulei. Sedette accanto a miss Yves, si mise ad accarezzarla, a parlarle sottovoce. Le ero tanto grato di questa tenerezza, essendo vietato a me un solo sguardo d'amore; pure le sue carezze, per la stessa cagione, mi facevan soffrire. Violet le strinse la mano, la baciò sui capelli.

Fu lei che mi parlò per la prima. Mi domandò se conoscessi la Riviera. Si scoperse che aveva passato alcuni giorni a Bordighera mentre io era a Ospedaletti. Avrei potuto vederla nelle mie passeggiate vespertine, seduta sugli scogli del Capo di S. Ampelio a contemplare, verso la Francia, il tramonto. Fui per dirle che una sera, ebbro di quel mare e di quel cielo congiunti in un fuoco immenso, avevo inciso nel macigno la parola Love. Era vero, ma mi trattenni. Ella pure non mi disse di avere inciso un nome, non il mio nome, sopra l'ultimo dei piccoli pini che ombreggiano la via dove, uscendo da un bosco di palme, sale verso Bordighera vecchia a scoprir la marina; e che le aveva fatto una profonda impressione di ritrovare quel pino, due giorni dopo, troncato dalla tempesta. Avevamo passeggiato ambedue fra Ospedaletti e Bordighera nel cuor di gennaio all'aurora, avevam veduta la luna pendere smorta a ponente sugli alti uliveti delle colline, e, attraversando l'altra boscaglia d'ulivi a mezza via avevamo veduto giù tra le frondi ondular in mare la lunga riga d'oro del sole nascente. Io parlavo con un turbamento profondo. Violet mi intendeva, la sua voce diventava sempre più sommessa, qualche volta tremava. Gli altri pendevano dalle nostre labbra. Quando si tacque la signorina Luise sospirò, annunciò che aveva un gran desiderio di vedere l'Italia, incominciò a dire i versi di Mignon e s'interruppe a mezzo.