—Non mi pregherà—rispose. La voce soave non s'udiva quasi più.
Restammo alquanto senza parlare.
—Allora…—diss'ella.
Si accostò alla bambine e parve ritrovare l'usata grazia serena. Diede loro un libro illustrato, le pregò di star tranquille e poi mi offerse di mostrarmi un albo di fotografie inglesi.
Sedemmo ad un altro tavolino nell'angolo più scuro della stanza. Nell'aprire l'albo Violet urtò leggermente un vaso di porcellana che portava delle rose sciolte. Una piccola rosetta incarnatina cadde sulle fotografie.
Miss Yves cominciò il suo racconto sottovoce, con gli occhi fermi alla rosetta. Parlando e parlando prese il fiore nelle mani, che si aprivano e si chiudevano con lenti moti convulsi, e non lo lasciò più.
Mai non vorrei raccontar per disteso la sua storia dolorosa e forse non lo potrei neppure. Molte cose non intesi, ed ella soffriva tanto nel dirle che non osavo pregarla di ripeterle. Io stesso soffrivo e preferivo cento volte non intender tutto.
Fino ai diciannove anni ell'aveva pensato che la sua imperfezione le togliesse di esser amata. Uscita di questo errore si era sulle prime alquanto difesa, poi aveva risposto alla passione con tale fuoco ed impeto che non si credeva capace di amare così mai più.
La udii raccontar le vicende angosciose di questo amore dicendo tutto, fermandosi quando la parola era dura a metter fuori, non togliendo mai nè le mani nè gli occhi vitrei dalla rosetta. La sua voce diventava sempre più rotta, sommessa e torbida; quanto a me, la gelosia, la pietà, il dolore, l'ammirazione e l'amore mi facevano in mente una sola tempesta. Era la storia del più appassionato e cieco fra i cuori, dell'anima la più fiera, e insieme la più equa verso chi l'avea fatta soffrire, la più grande persino negli errori suoi, nello sdegno, forse talora ingiusto, di ciò che la comune opinione pronuncia. Il suo amore era stato distrutto d'un colpo, non dirò come; ella s'era trovata quasi senza cuore fino al giorno in cui avea letto il mio libro.
Non versò, parlando, una lagrima sola, ma tutta la povera rosa perì, e sulla fine, le convulse mani che l'avevano unita si stringevano a vuoto come in delirio. Io le raccolsi, le chiusi nelle mie, le serrai sul mio petto, dissi piano qualche parola di conforto. Mi parve che la cara persona si elettrizzasse tutta, che piegasse a me, che gli occhi avessero un lampo di sereno. Le bambine la chiamarono in quel momento: miss! miss! Ella ritirò le mani e accennò che tacessero; non ci fu verso, dovette alzarsi, trascinarsi a stento fino a loro. Mi alzai pure. L'avevo confortata, ma col petto oppresso da un dolor mortale. Mi posi a camminar lentamente su e giù per la stanza, e feci alquanti giri prima d'accorgermi che miss Yves era ancora là al tavolino, col viso tra le mani. Me le accostai, le domandai: