—E questo matrimonio?

Ella scostò le mani dal viso ma non alzò gli occhi a me.

—Per i miei parenti—rispose.—Lo hanno tanto desiderato. Sono povera, sono un peso per essi. No, mi vogliono bene, ma non sono una figlia. Mio padre e mia madre sono morti.

Che pietà udirla parlare così sconsolata, con quella infinita dolcezza di voce, vederla tanto pallida e affranta, pensare che coraggio magnanimo e che tormento era stato il suo di raccontarmi tutto così! Avrei voluto stringermi la sua testa sul cuore, ma forse anche senza la presenza delle bambine non l'avrei potuto. No, non l'avrei potuto contro il dolore e l'orgoglio. Non sapevo che mi facessi nè che mi dicessi. Mormorai:

—Grazie, Dio La consoli, Dio La benedica.

Ella scosse ancora il capo in silenzio come per soffocar le lagrime e si mise a brancicar i petali sparsi della rosetta. Sapevo bene che la mia dolorosa pietà, il mio turbamento dovevano essere terribili per lei, quantunque preparata. Era uno strazio per me di saperlo, ma pure non potevo ancor dirle la parola che sentivo lottare e lottare in fondo all'anima mia. Violet fece atto di gittar da sè le foglie di rosa. Allora finalmente posai la mia sulla sua mano e le dissi con dolcezza:

—No.

Trassi una vecchia lettera, vi raccolsi ad uno ad uno i poveri petali dispersi. Ella mi guardava la mano senza dir niente e solo dopo alcuni momenti mormorò:

—Cosa fa?

Non potei rispondere, continuai a raccoglier le spoglie della rosetta ed ella non mi interrogò più. Una fogliolina era caduta sul pavimento. Violet si chinò a raccoglierla e me la porse.