—È matto è matto è matto è matto.

—No, caro signor Topler—diss'io con un certo freddo sdegno nella voce—non lo creda.

—Ma cosa mi ha detto poco fa?—ribattè iracondo.—Non mi ha detto che miss Yves La respinge? E adesso vien fuori che L'ama?

—Scusi—gli risposi dopo un breve indugio—la confessione che per lealtà Le dovevo fare gliel'ho fatta. Solo con un amico vorrei spiegarmi di più, Lei mi dirà che oramai non possiamo essere amici. Capisco. Però io Le conserverò sempre una grande stima e una grandissima simpatia; e se Lei fosse disposto ad ascoltarmi un'ultima volta con amicizia…

Tacqui e tacque lui pure. Passati pochi secondi mi alzai con un gesto di rassegnazione. Anch'egli si alzò, prese il cappello e la mazza.

—La ringrazio a ogni modo—gli dissi tristemente, avviandomi all'uscio—di essere venuto.

Egli mi guardò negli occhi, parve scrutarmi sino in fondo all'anima; poi buttò sulla tavola cappello e mazza, allargò con impeto le braccia, ed esclamò:

—Dica!

Fui, nella mia contentezza, per afferrargli le mani. Egli si restrinse in sè, mi diede un'occhiata diffidente. Finsi di non avvedermene e presi a raccontargli la storia del mio amore, rifacendomi dall'incontro con Violet a Belvedere di Lanzo. Quando toccai de' miei due sogni per dirgli l'effetto primo della voce di lei, Topler approvò ripetutamente del capo, come un medico che oda dall'infermo la descrizione di nuovi sintomi rispondenti alla sua diagnosi del male. Ma poi, mentre venni parlando dello spirito di miss Yves, delle sue idee amare e tristi, del bene che avrei voluto farle ricevendone da lei molto più, il vecchio, che prima se ne stava a capo chino, mi levò gli occhi in viso sì che potei vedervi sorgere un vivo interesse, sparire i sospetti, ritornare la stima.

Tacqui delle lettere direttemi da Violet e delle sue ultime confidenze. Dissi solo che Violet mi amava e che mi respingeva per voler mantenere la parola data liberamente al professor Topler. Soggiunsi che avevo fede, per tanti segni misteriosi, in una volontà superiore propizia a me, in una promessa divina di concedermi ciò che avevo sognato.