Topler mi guardò un tratto in silenzio, poi esclamò:

—E che intende farà?

—Tutto il possibile—risposi.

Egli si prese le tempie fra le mani, ripetendo sottovoce:—Was für eine Geschichte, was für eine Geschichte! Oh che storia, oh che storia!—

—Senta—mi arrischiai a dirgli.—Lei non mi pareva contento, ier l'altro, che suo fratello sposasse miss Yves.

—Lasci stare, lasci stare, non posso aver detto questo—brontolò Topler come stizzito da un ricordo molesto, e stette ancora alquanto con la testa in mano.

—Io sono come un padre per mio fratello—diss'egli con voce commossa.—Io non ho che lui, ed egli, povero ragazzo, lo vede bene, s'immagina di avere Dio sa cosa, ma in fin de' conti non ha che me. Se questo matrimonio è un errore, bene—oramai l'ho accettato, l'ho accettato.

Ripetè fra sè—l'ho accettato—e stette pensieroso, mostrando nella fronte, nelle mobili labbra mute, nella inquietudine di tutta la persona un contrasto interno. Finalmente rialzò il viso ed esclamò con energia per far tacere tante occulte voci contrarie:

—Insomma, l'ho accettato!

E subito si rifece pensoso, inquieto. Le occulte voci non tacevano ancora; le leggevo sulla fronte, nei movimenti muti delle sue labbra. Sarebbe stato lieto che il matrimonio sfumasse, era fieramente tentato di darvi mano egli stesso, ma il dolore di suo fratello gli metteva paura. Quest'ultima angoscia superava ogni altro argomento. Povero vecchio, egli dava di gran rabbuffi a suo fratello, si burlava del suo chiaro di luna, ma lo amava colla tenerezza d'una madre.