—Vede, per esempio—uscì improvvisamente a dirmi—Lei ricorda che ier l'altro, uscendo dalla stanza di mio fratello, esclamai «solite storie!» L'avevo trovato a piangere come un fanciullo perchè miss Violet era stata così fredda. Io allora gli ho detto «e tu lasciala!» Sa cosa mi rispose? Mi domandò se volevo la sua morte. Capisce?…

Molte risposte e proposte mi fremevano in gola non convenienti, per un verso o per l'altro, a dire, qualcuna forse nemmanco a pensare. Quindi tacqui. Anche Topler cercava febbrilmente come coglier quest'occasione di liberar suo fratello senza spezzargli il cuore, non trovava niente, avrebbe pur voluto farsi aiutare da me, sentiva di non poterlo convenientemente fare, e taceva. C'intendevamo, nel nostro silenzio, a vicenda, anche senza guardarci; perchè se io guardavo Topler, egli guardava piuttosto le pareti e il soffitto. Così ci accordammo a trovare, senz'altre parole, che non c'era uscita, e ci alzammo da sedere, pressochè ad un punto.

Nel congedarmi da lui fui per domandargli se ci potevamo vedere ancora, e mi trattenni per non correre il pericolo della risposta peggiore. Mi parve delicatezza non stendergli la mano. Fu lui che per il primo ne fece l'atto e subito si pentì, pensando a suo fratello. Così ci separammo senz'alcun segno d'amicizia; pure nel cuore eravamo più legati di prima.

Scrissi subito a Violet:

«Ho parlato al dottor Topler, in questo momento. Gli ho detto che amo miss Yves, che ella mi ama e mi respinge, che Dio me la concederà.»

Recai immediatamente questo biglietto alla Posta, nella speranza che
Violet lo potesse avere la sera stessa.

XXI.

Due ore dopo mi avviai verso il Rossmarkt, tanto per vedere le sue finestre. Camminavo adagio, evitando il chiaro di luna come se i rari viandanti potessero riconoscermi e leggere ne' miei pensieri. Nella Residenzstrasse udii voci e passi suonar dietro a me nella strada vuota; credetti poi distinguere il riso argentino della signorina Luise. Forse andava a casa Treuberg. Scivolai nelle ombre del Residenzgarten e sedetti presso la Mariensäule, ascoltando i passi e le voci che sopraggiungevano. Non riconobbi quella della Luise. La comitiva passò e si allontanò; in breve non udii più che il susurro delle fontane. La luna risplendeva in faccia a me sopra un lungo tetto erto a quattro piani d'abbaini, posava sull'alta statua di Maria, sulle vette degl'ippocastani fioriti di rosso, che il vento agitava. Pensai ad un lontano avvenire quando avrei ricordato questa notte di passione in Eichstätt, la luna, le fontane e le piante mormoranti, l'aspetto delle case straniere. Entrando nel Rossmarkt udii suonare e cantare. Le finestre di casa Treuberg erano aperte ed i suoni uscivan proprio di là; passai con un gran battito di cuore sotto il fanale vicino e andai ad addossarmi al canto oscuro d'un'altra casa. Tre o quattro persone si erano fermate in mezzo alla via ad ascoltare; in quel momento la musica cessò e i tre o quattro curiosi se n'andarono. La notte era così chiara e placida; speravo che Violet si affacciasse alla finestra. Non vidi mai nessuno. Invece un baritono cantò detestabilmente qualche cosa di wagneriano e poi una fresca voce di giovinetta disse con grazia Haidenröslein di Schubert, che avevo già udita canterellare in un mite pomeriggio di novembre, fra le ultime rose della mia collina italiana. Allora la semplice poesia di Goëthe, la semplice musica di Schubert con quella loro spensieratezza piena di occulta malinconia, mi avevano stretto il cuore; adesso mi mettevano uno spasimo di dolor geloso, adesso mi torcevo le mani perchè la dolce Röslein auf der Haide, la rosetta della landa, si confondeva nel mio segreto con la rosetta mia, con la rosetta della storia amara. «Il fanciullo disse: ti schianto; la rosetta disse: ti pungo.» Dio, povera rosa! Che voglia avevo di baciarla, di stringerla, di farle male e di piangere, rosetta, rosetta, rosetta mia, oh non Röslein roth, rosetta pallida! Non ressi ad ascoltar la fine e me ne venni via.

XXII.

Trovo fra le mie carte i seguenti versi, senza data, cui mi pare avere scritti quella notte, pensando al viaggio da Norimberga e alla colazione nel bosco. Prima di questo amore ho pensato male dei poeti che si mettevano a verseggiare quando l'arte, secondo me, doveva esser più lontana dei loro pensieri. Me ne pento. Ella potrà trovar fredde, amica mia, le interpolazioni metriche del mio racconto; pure è vero che io scrivevo versi allora come un altro avrebbe versato lagrime, senza pensare menomamente all'arte, per necessità e sfogo di passione.