—Ne siamo tutti così desolati!—Vidi Luise mandarle un'occhiata di rimprovero.
—E il vecchio Topler, almeno?—riprese l'altra.—Ho tanta voglia di udirlo! M'han detto che suona anche col naso e con le ginocchia.
—Non verrà neanche lui, credo—rispose Luise.
Non ne dubitai più; la causa di queste assenze ero io, e le sorelle von Dobra ne sapevano qualche cosa. Chi aveva parlato? Cosa era successo fra i Topler e miss Yves? Desideravano essi evitar me, o evitarsi a vicenda? La mia ebbra fantasia immaginava anche questo. E non saper niente, non potere saper niente! Il signor von Dobra mi parlava, forse dell'Italia, forse dei sandwiches preparati dalle sue figliuole. Dio solo sa come lo ascoltai e cosa intesi. Debbo sorridere ancora quando penso alle mie risposte assurde e a' suoi occhi stupefatti. Preso il thè, la cugina, di cui non ricordo il nome, cantò Haidenröslein. Stavolta mi toccò udirla tutta, ma n'ebbi una impressione diversa; per meglio dire, non n'ebbi quasi alcuna impressione, tanto era presa la mia mente dalle incertezze presenti. Poi la signorina cantò ancora, cantò fra l'altre cose un lungo duetto con suo fratello. Durante questo pezzo Luise sedette presso a me e mi disse sottovoce:
—Devo dirle qualche cosa da parte di una persona, ma ora è impossibile. Vado dalle Benedettine ogni mattina alle dieci e mezzo e poi nei prati.
Più tardi trovò un altro momento per dirmi pure in segreto:
—Credo che parta domani.
La sorpresa e la commozione mia nell'udire ch'ell'aveva una parola di Violet per me non si dicono. Non era ancora nè gioia nè spavento, perchè non potevo sapere quale parola fosse; quando intesi che miss Yves partiva all'indomani, sorse in me insieme al subito terrore, più forte del terrore, l'antica fede, la volontà indomita di vincere. Tornai tranquillo, complimentai la cantatrice, scherzai con le signorine di casa, lodai al loro papà l'Italia e i sandwiches, e mi congedai dalla compagnia col sorriso sulle labbra.
O luna tedesca, com'eri grande e spettrale, quella sera, in faccia a me, fra i tetti acuti di Eichstätt! La notte, la solitudine, il silenzio quietarono presto il mio orgasmo. Camminando, mi tornavano spontaneamente alle labbra alcuni versi pensati pochi mesi prima, nel passeggiare di notte la mia città:
È mezzanotte, al mio passo
La strada vuota risuona
Mentre men vo lento, lasso,
E ai sogni il cor s'abbandona.