Le nere alte case gotiche
Sfolgora un lume d'argento;
Non so che peso di secoli,
Che stanco dolor vi sento.
Tu in faccia mi splendi, o luna,
Fra i tetti obliqui sorgente.
Ahi che un'amara fortuna
Pur nel tuo volto si sente.
Deserta, in cielo, tu sei;
Di tanta gloria che fai?
O luna, s'io non ho lei
Splender poeta ch'è mai?
Passai dal Rossmarkt; la casa era tutta buia. Il pensiero che all'indomani sera Violet non sarebbe più là, che forse non saprei dove seguirla, mi diede un acuto ma breve spasimo. Passai gran parte della notte alla finestra, immaginando ciò che poteva essere accaduto in quel giorno, ciò che potrebbe succedere all'indomani.
La mia finestra guardava il fianco della fontana di San Villibaldo, e a poco a poco la figura benedicente del mansueto vescovo, con i piedi nell'ombra e la testa nella luna, mescolavasi ai miei sogni.
XXV.
Alle dieci la mattina seguente ero già fuori della Westenvorstadt. Luise comparve colla sua sorellina all'ora indicatami. Era molto pallida e seria; pareva commossa quanto me. Io aspettavo in silenzio che parlasse. Avevo inteso la sera prima, e ora il suo viso mi confermava che sapeva tutto; ciò e l'aspettazione affannosa mi toglievan la voce. Ella mi guardò, sorpresa del mio aspetto; quasi atterrita, mi parve. S'affrettò a dirmi che aveva per me un saluto, un solo saluto. Sentivo che aveva altre cose a confidarmi e non ne trovava la via; nè io trovavo la via d'aiutarla. Non seppi dirle che questo:
—Un saluto di miss Yves?
Ella non rispose; mi disse invece sottovoce e in fretta:—Voglio bene a Violet, mi rincresce che sposi il professor Topler.
Dimenticai ch'eravamo in istrada, le presi una mano, gliela strinsi. Un subito rossore le divampò in viso; ritirò la mano. Le chiesi scusa, ciò che la fece arrossire ancor più.—È un'idea mia—disse—quello che faccio,—Nessuno dovrà saperlo mai mai. Mi prometta che non dirà niente a nessuno.