La sua tenera voce era commossa come se veramente mi accadesse in quel punto la disgrazia che diceva; volle, non so perchè, celarsi a me e piegò il viso sul libriccino che teneva fra le mani. Sfiorai colle labbra i folti suoi capelli odorosi, ma non n'ebbi allora vertigini. Sentii che avevo baciato i capelli non di un'amante, ma della cara compagna mia, congiunta a me da un sentimento sacro e solenne cui erano oramai indifferenti la gioventù, la bellezza e tutto quello che passa.
Scrissi nel portafogli:
FAIRYLAND.
In un paese d'incanto
Passo una selva profonda;
Sospiro e immagino intanto
Dove la fata si asconda.
Or geme il bosco ed or tace
Ora si schiara, or s'oscura;
Riposa immobile in pace,
Spande la inquieta verdura.
Stupido io miro la via
Che sale, gira e si perde;
Vorrei saper dove sia
Più scuro e segreto il verde,
Perchè se dai passi miei
Colà rifugge turbata,
Chetar co' baci vorrei
La bionda timida fata.
E se la via m'è straniera,
E se mistero m'è il bosco,
Forse nell'ombra più nera
Le fini labbra conosco.
In vita mia non mi vennero mai scritti venti versi così presto; però vi erano tante correzioni che Violet ne fu esterrefatta. Tentò decifrarle, ma inutilmente; dovetti legger io. Contavo molto sull'effetto dell'ultimo verso, e m'ingannai perchè fin dalla prima strofa Violet non ebbe il menomo dubbio di non essere lei la fata.
—Come puoi essere tu la fata—esclamai—se dico che vorrei sapere dove si nasconde?