—Deciso! risposi risolutamente.

Ed io ripresi il cammino del convento coll'animo più agitato che mai. La risoluzione della Ascolana, sebbene naturalissima, fu come una pietra lanciata nell'onda tranquilla dell'anima mia.—Le mie finanze non si erano fino a quel giorno aumentate di un solo baiocco. Ora, come poteva io accompagnare la bella Ascolana senza premunirmi le tasche del denaro occorrente alle spese di viaggio?

Con tali pensieri entrai nel convento e mi presentai ai monaci nel punto che essi mettevansi a tavola.

—Voi mi sembrate turbato, disse padre Serafino, il superiore del convento.

—Lo sono pur troppo. Ho deciso partire da Grottamare lunedì prossimo, per recarmi a Roma.

—A Roma! esclamarono ad un punto tutti i religiosi.

Quell'annunzio produsse un effetto di stupore.

La cena fu più triste, più silenziosa del consueto. Levatomi da mensa, io mi recai alla cella di frate Domenico. Poichè fui solo con lui, il dabben uomo, appoggiandomi la destra in sulla spalla—figliuolo, mi disse—voi avete presa una santa risoluzione. Io non aveva osato parlarvi apertamente prima d'ora; ma il rimaner qui, fra gli ozii del convento, a voi giovane ancora e robusto, era proprio vergogna. Andate, che il Signore vi benedica! Se Iddio concede vittoria alle nostre armi, spero che un giorno ci rivedremo. Se è scritto nei voleri della Provvidenza, che prima di ottenere il trionfo, i campioni della civiltà e del progresso vengano sottoposti a più dure prove—se Roma è destinata a ricadere sotto il dominio assoluto del Pontefice... allora (e la voce del frate divenne fioca) allora dite un requiem all'anima del povero frate Domenico—perchè io son certo che le libere idee da me espresse in questi giorni mi costeranno la vita!

Io uscii dalla cella del frate. I monaci, che attraversavano i lunghi corritoi mi parevano vampiri. Mi chiusi a chiave nella mia cella, nè per quella notte potei prender sonno.

Però, da quella veglia inquieta nacque una ispirazione felice, ed io trovai l'espediente per ristorare le mie povere finanze.