Di tratto in tratto io porgeva orecchio alle parole dei soldati. Parvemi da prima ch'essi macchinassero qualche orribile disegno; li intesi proferire sommessamente il nome del colonnello; poi vidi segni e gesti minacciosi, accompagnati da bestemmie ed imprecazioni; alla fine compresi il mistero. In quel piccolo esercito era entrata la sfiducia, che propagandosi come per magnetico influsso da uomo ad uomo, riesce talvolta a demoralizzare anco i valorosi, a trasformare i leoni in conigli. Lamentavano i disagi sofferti nel cammino; ricordavano le care famiglie abbandonate, le spose e i figliuoli lasciati senza sostegno; stimando inevitabile e prossima la caduta di Roma, vana impresa giudicavano lo accorrere a difenderla. E tali cose ripetendo, dapprima con trepida voce, poi colla sicurezza di chi trova appoggio negli altri, tutti concordemente risolvettero di abbandonare il colonnello e di andarsene ove ciascheduno credesse meglio.
Eravamo a qualche miglio da Foligno, quando alcuni paesani ci vennero incontro, annunziando al colonnello esser poche ore innanzi entrata in quella città l'avanguardia dell'esercito austriaco, che movea da Toscana alla volta d'Ancona.
Il colonnello fece sosta; poi, dopo aver riflettuto, ordinò ai soldati di retrocedere verso Colle Fiorito. Tutti obbedirono; il colonnello (duolmi d'averne obbliato il nome) avea nella voce, negli sguardi, in tutta la nobil persona qualche cosa di solenne e di autorevole. Poichè fummo giunti a Colle Fiorito, egli si fermò nuovamente, e fatte schierare le truppe, lo arringò con queste brevi parole:
—Fratelli! dovere d'ogni soldato è la cieca obbedienza agli ordini de' superiori. Questi ci chiamano a Roma; noi dobbiam tentare ogni mezzo per giungervi. Là (ed accennava una strada erta e dirupata) apresi la valle di Tesino, per cui in meno di sei ore giungeremo a Spoleto. Il passaggio è alquanto malagevole; convien quindi abbandonare i carriaggi, i bagagli, e tutto quanto può darci impaccio. Riposatevi per pochi istanti; io vi concedo due ore di bivacco prima di riprendere il cammino.
Un mormorìo lugubre e sinistro rispose a quella breve allocuzione. Il volto del colonnello si fece pallido di sdegno; egli tentò proferire altre parole, ma l'impeto della commozione gli tolse la voce. Allora le file dei soldati si scomposero, e taciti ciascuno, la fronte dimessa, presero la via opposta a quella che il colonnello aveva additata.
—Figliuoli! figliuoli!... la vostra è una risoluzione codarda! Abbandonarmi in tal momento! Disertare la bandiera della libertà. Fermate!... Ah! vile canaglia! ah! briganti screditati!... poichè il morire in battaglia vi fa tanta paura, possiate, com'io di cuore ve lo auguro, morire sulla forca appiccati!
Così parlava il sergente, che, sceso da cavallo, e collocati i suoi figliuoletti sotto un albero, si adoperava con preghiere e minacce a ricomporre le file, a rianimare gli spiriti della soldatesca demoralizzata. Ma nè preghiere nè minacce valsero a tanto; i disertori non ascoltavano più che il freddo consiglio della paura, e allontanandosi a piccoli drappelli, si spandevano nelle campagne vicine. Il colonnello dall'alto del suo cavallo li accompagnava con sguardi di rimprovero e di dolore.
Già i disertori erano quasi tutti scomparsi, e intorno al colonnello non rimanevano che venti o trenta uomini incirca, allorquando il tuono di una fucilata ci fece trasalire.
—Ah cane! assassino!—urlò il sergente come toro ferito.
Noi accorremmo al suo grido. Povero sergente! Tengo vivamente scolpiti nella memoria i lineamenti di quella fisonomia vivace e stizzosa, e parmi vedere tuttavia que' suoi occhi da augello grifagno mandar lampi di sdegno. Le invettive lanciate contro i disertori gli eran state cagione di un alterco con tre o quattro soldatacci, i quali avevano posto mano alle spade. Nell'allontanarsi, un di essi, nascosto dietro gli alberi, aveva scaricato un colpo sull'animoso sergente.